CARLO ALBERTO DALLA CHIESA

Venerdì, 3 settembre 1982, ore 21.00, una A112 e un’Alfetta 2000 escono dal numero 6 di via Cavour, palazzo Withaker, la prefettura di Palermo. La prima è guidata da Emanuela Setti Carraro, da poche settimane moglie del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, sedutole a fianco. L’Alfetta è condotta da Domenico Russo, unico poliziotto di scorta da quattro mesi, da quando dalla Chiesa è a Palermo.

A quell’ora il traffico palermitano, chiusi i negozi, è scorrevole. Le due auto sono dirette a villa Pajno, la residenza del prefetto in via della Libertà, per poi cenare a Mondello. Tali spostamenti, come nei mesi precedenti, non sono tutelati. I sicari pedinano infatti le auto.

Raggiunta via Isidoro Carini, una moto Suzuki affianca l’Alfetta e una Bmw 520 l’A112. Una raffica di Kalashnikov fredda il generale e la moglie; dalla Suzuki un’altra raffica massacra l’agente di scorta. Una mano ignota affisse un cartello: «Qui è morta la speranza dei palermitani onesti».

Difficile dire se sia davvero morta. Dalla Chiesa ha già ispirato centinaia di volumi e la presa sul pubblico non accenna a scemare. È una figura che gli storici di domani dovranno approfondire. Quelli di oggi più che altro deviano la verità, accreditandoci un Carlo Alberto dalla Chiesa rammollito dopo il matrimonio con la giovane Emanuela, al punto da rinunciare alle misure di sicurezza. Fu la tesi proposta subito dopo la strage da Umberto Cappuzzo, comandante generale dei carabinieri; di conserva ripetuta da Giulio Andreotti.

Che cosa sia davvero avvenuto è difficile stabilirlo ora, a 36 anni dal massacro. È più facile asserire che non c’è alcun indizio, alcun segnale che indichi che dalla Chiesa fosse rincitrullito, tutt’altro.

D’altronde il generale sempre adottò in precedenza tutti gli accorgimenti possibili per evitare – e lo evitò – di cadere in un agguato delle Brigate Rosse e, prima ancora, della stessa mafia. Rinunciò tuttavia alle misure di sicurezza entrando a Palermo da prefetto. Altri passano la tesi d’un dalla Chiesa “lasciato solo”. In realtà se avesse voluto avrebbe potuto circondarsi di carabinieri, fornirsi d’una scorta dal comando carabinieri di Palermo; una scorta della quale lui, con l’autorità di prefetto, poteva legittimamente disporre. Gli sarebbe bastato alzare il telefono per circondarsi di carabinieri.

Dalla Chiesa non si protesse e non protesse la giovane moglie; espose pure l’agente di scorta. Chiunque abbia collaborato col generale sa che egli mai avrebbe vanamente messo a rischio la vita altrui. Eppure si direbbe l’abbia fatto. Comportamento quindi apparentemente inspiegabile, dissennato. Non è così. Dalla Chiesa non faceva mai nulla senza un motivo ben determinato. La sua scelta deve, come tutte le precedenti, collocarsi nella formidabile e indefettibile fedeltà alle istituzioni del generale. In altre parole, qualcuno ad altissimo livello rassicurò il generale, il quale prestò fede a tali rassicurazioni, perché egli mai avrebbe messo in dubbio che l’uomo delle istituzioni che lo rassicurava potesse in qualche modo ingannarlo. Si sbagliò, alla prova dei fatti, fu ingannato. È impossibile stabilire oggi chi e come abbia determinato il comportamento del generale. Proviamo tuttavia a contestualizzare gli eventi.

Il 30 aprile 1982 fu ucciso Pio La Torre. Si acuì lo scontro tra pacifisti e Partito Comunista Italiano (Pci), i primi contrari allo schieramento degli euromissili a Comiso. L’anima del movimento antimissili fu proprio Pio La Torre, nonostante fosse segretario del PCI siciliano e carismatico dirigente nazionale del Pci. Questo Pci d’altronde aveva lasciato passare, a primavera 1980, la mozione con cui il Parlamento approvò la “doppia decisione” della NATO; il dispiegamento dei missili conseguì necessariamente. Si era aperta una frattura fra Pio La Torre e porzioni non secondarie del Pci.

Chiara Valentini, biografa di Enrico Berlinguer, scrisse più tardi che Pio La Torre nell’ultimo periodo ebbe divergenze con Giorgio Napolitano, impegnato a rassicurare l’Occidente sulla politica estera del Pci. Secondo la Valentini, La Torre non s’intese più nemmeno con Paolo Bufalini (mentore politico di La Torre della prima ora) che di lui disse: «Prendiamo con prudenza le parole di Pio perché è uno che è abituato a esagerare un po’, dalla mafia è ormai ossessionato».

La mozione parlamentare, opera di Bettino Craxi e di Francesco Cossiga, rese Comiso, in provincia di Ragusa, base per i missili statunitensi. Si era pensato inizialmente di porla in Veneto. Qualcuno insisté per dislocarla in Sicilia, nonostante fosse un non sense dal punto di vista militare, poiché arretrava di 500 chilometri un’arma strategica, privandola d’un quinto della gittata. Le infrastrutture venete erano inoltre di gran lunga più operative di quelle siciliane. Nonostante tutto si decise di porre i missili in Sicilia. Si resero così necessari enormi lavori stradali e infrastrutturali, per migliaia di miliardi di lire, tra finanziamenti nazionali e statunitensi, un diluvio di denaro, decine e decine di miliardi. I controlli anti corruzione allora non esistevano per prassi, ma anche per norma, in questo caso, trattandosi di lavori concernenti la sicurezza atlantica. Insomma una manna per la Mafia e quanti nella sua orbita.  

Quanti infatti trassero vantaggio economico – dai piccoli imprenditori locali, alle grandi cooperative del Nord – godettero del benestare della Mafia, addomesticata dall’ammiraglio Fulvio Martini, capo dei servizi segreti, inviato da Francesco Cossiga a negoziare coi Corleonesi. Lo riferisce il generale Carlo Jean, a lungo diretto collaboratore di Cossiga (16esimo minuto di questa intervista col generale Carlo Jean https://goo.gl/FYjcv7). La Mafia? E’ ovvio dedurre che pretese un tornaconto. Quale?

Quando Carlo Alberto dalla Chiesa giunse in Sicilia sapeva dell’accordo voluto da Cossiga con la Mafia? Di certo sapeva che il Pci era dilaniato dalla morte di Pio La Torre. Il generale prefetto decise di muoversi in tale contesto senza misure di sicurezza. Lo uccisero. Dicono che fu imprudente. Be’, certamente fu imprudente a fidarsi di qualcuno. Non è tuttavia una ragione sufficiente per recare offesa all’intelligenza del generale e alla sua adamantina professionalità. Non di meno tale fosforescente idiozia potevano darla a bere nel 1982, quando non si sapeva della trattativa con la Mafia. Oggi invece dobbiamo chiederci: perché Dalla Chiesa presunse di non fare la fine di Pio La Torre? Perché presunse che sua moglie non rischiasse accompagnandolo? Chi lo rassicurò? Perché si fidò? Che cosa avvenne per porlo invece nel mirino della Mafia? Domande senza risposta, per ora. www.pierolaporta.it

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Informazioni su Piero Laporta

Piero Laporta, 153° corso dell’Accademia militare di Modena, Generale di divisione in riserva dell’Arma del Genio, scrittore, saggista e memorialista. Piero Laporta ha speso parte significativa della propria vita professionale occupandosi di politica militare e interesse nazionale presso lo Stato Maggiore della Difesa, acquisendo il metodo: distinguere i fatti dalle narrazioni, i documenti dalle opinioni e, quando possibile, andare alla fonte, non accontentarsi mai di quanto appare verosimile. Scrive dal 1994. Col passare degli anni ha preso le distanze dal giornalismo tradizionale: troppi direttori confondono la verifica col servilismo, il dubbio con la propaganda, i fatti con le falsità. Ha collaborato con varie testate ma i libri sono oggi il terreno naturale delle sue inchieste. Ha raccontato la vita dell’imprenditore Luciano Vinella in Trasparente come il Vetro ed è coautore, con Vincenzo Mastronardi, di Mass Media e Fango. La parte centrale del suo lavoro è dedicata al caso Aldo Moro e alla strage di via Fani del 16 marzo 1978, A questa ricerca appartengono Raffiche di Bugie a Via Fani. Stato e BR sparano su Moro, Gli anagrammi di Aldo Moro e Omertà e Bugie su Aldo Moro: lavori nei quali Laporta rimette in discussione tutta l’inchiesta ufficiale, svelando falsi e omissioni di magistrati, investigatori e politici. Da questa prospettiva nasce anche il suo lavoro sulle reti di potere italiane e internazionali, sulla comunicazione politica, sull’intelligence e sui rapporti fra apparati, partiti, finanza, religione e informazione. Ha fondato OltreLaNotizia, sul sito pierolaporta.it, perché considera il web — nonostante censura, conformismo e manipolazione — uno degli ultimi spazi nei quali un autore possa ancora assumersi personalmente la responsabilità di ciò che scrive, senza chiedere il permesso a una redazione. Cattolico, apostolico, romano, senza altri aggettivi. Quanto alle lingue, dichiara una conoscenza quasi dimenticata del dialetto di Latiano, rudimenti di quello di Putignano, buona familiarità col palermitano, ottima col vernacolo di San Giovanni Rotondo, inglese e — quando necessario — anche un po’ d’italiano. È sposatissimo, ha due figli e continua a ritenere che un documento valga più di cento opinioni, soprattutto quando quelle cento opinioni dicono tutte la stessa cosa.Il libro "Raffiche di Bugie a Via Fani, Stato e BR Sparano su Moro" ed. Amazon 2023 https://shorturl.at/ciK07 è l'inchiesta più approfondita e documentata sinora pubblicata sui fatti del 16 Marzo 1978. Oggi, definitivamente disgustato della codardia e della faziosità disinformante di tv e carta stampata, ha deciso di collaborare solo dove non trovi dei censori e fabbriche di odio. Il suo più spiccato interesse era e resta la comunicazione sul web, cioè il presente e il futuro della libertà di espressione. Ha fondato il sito http://pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. Lingue conosciute: dialetto di Latiano (BR) quasi dimenticato,, scarsa conoscenza del dialetto di Putignano (BA), buona conoscenza del palermitano, ottima conoscenza del vernacolo di San Giovanni Rotondo, inglese e un po' di italiano. È cattolico; non apprezza Bergoglio e neppure quanti lo odiano, sposatissimo, ha due figli.Piero Laporta, a member of the 153rd Class of the Military Academy of Modena, is a retired Major General of the Corps of Engineers, as well as a writer, essayist, and memoirist.Piero Laporta spent a significant part of his professional life working on military policy and the national interest at the Italian Defence General Staff. There he developed a method that has remained with him ever since: distinguish facts from narratives, documents from opinions, and, whenever possible, go straight to the source—never settling for something merely because it sounds plausible.He has been writing since 1994. Over the years, he has increasingly distanced himself from traditional journalism: too many editors mistake verification for subservience, doubt for propaganda, and facts for falsehoods. He has contributed to a number of newspapers and magazines, but books are now the natural home of his investigative work.He told the story of entrepreneur Luciano Vinella in *Transparent as Glass* and is the co-author, with Vincenzo Mastronardi, of *Mass Media and Mud*.The central part of his work is devoted to the Aldo Moro case and the Via Fani massacre of March 16, 1978.This research includes *Volleys of Lies in Via Fani: The State and the Red Brigades Fire on Moro*, *The Anagrams of Aldo Moro*, and *Silence and Lies About Aldo Moro*: works in which Laporta challenges the official investigation as a whole, exposing falsehoods and omissions by magistrates, investigators, and politicians.This perspective also underlies his work on Italian and international networks of power, political communication, intelligence, and the relationships among state apparatuses, political parties, finance, religion, and the media.He founded *OltreLaNotizia* on pierolaporta.it because he considers the web—despite censorship, conformism, and manipulation—one of the last remaining spaces where an author can still take personal responsibility for what he writes without having to ask an editorial office for permission.Catholic, Apostolic, Roman—no other adjectives required.As for languages, he claims an almost forgotten knowledge of the Latiano dialect, a smattering of the Putignano dialect, a good command of the Palermo vernacular, excellent familiarity with that of San Giovanni Rotondo, English—and, when absolutely necessary, even a little Italian.He is very much married, has two children, and continues to believe that one document is worth more than a hundred opinions—especially when all one hundred opinions are saying exactly the same thing.
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5 risposte a CARLO ALBERTO DALLA CHIESA

  1. Moreno Grandi scrive:

    Caro Piero, come sempre, i tuoi articoli racchiudono una profonda riflessione. Nel caso specifico di Dalla Chiesa – considerando la “ingombrante Greca” che vi accomuna – la riflessione sulla sua morte ci trascina a considerazioni ancor più imbarazzanti e non possono essere ricordate come i tanti misteri irrisolti. La verità esiste, eccome esiste!

  2. Alexandre Berthier scrive:

    Dimenticavo. Se la scorta ce la hanno i Saviano o i Capitano Ultimo non possono averla i Dalla Chiesa!

  3. Alexandre Berthier scrive:

    Caro Piero,
    Il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa era un Uomo, un Soldato, un Carabiniere di altri tempi, di difficile lettura… Io lo ho conosciuto da vicino. Lo ho incontrato per la prima volta all’Asinara nel 1977, ci ho parlato. Ovviamente, non ero un detenuto. Poi lo ho incontrato di nuovo a Favignana, anche li non ero un detenuto… Per me e per quelli come me era un mito. Un mito che metteva soggezione e che raramente poteva trasmettere simpatia. I suoi successi nella lotta al terrorismo gli avevano fatto acquisire grande fama e autorevolezza ma anche invidie, gelosie, inimicizie. Accettò di andare a Palermo – dove da colonnello aveva comandato la legione cc – senza le leggi e i poteri che riteneva indispensabili. Ebbe assicurazione che governo e parlamento avrebbero provveduto quanto prima. Lo fecero ma dopo che fu ammazzato. Era un soldato e quella era la morte che voleva. Una morte che evocò molti,sospiri di sollievo, anche da posizioni avverse, tra i nemici e forse pure tra gli amici… Eh! Si. L’Uomo era ingombrante e sapeva anche essere spiacevole, molto spiacevole. Hanno detto che era stato lasciato solo. Ma tutti i grandi sono soli… La scorta? La scorta, se si deve essere ammazzati, serve solo ad aumentare il numero dei morti! Dalla Chiesa è nato per essere un eroe. Ma il nostro non è un paese per eroi…

    • Piero Laporta scrive:

      Grazie, non è tuttavia accettabile liquidare Dalla Chiesa come un eroe per non interrogarsi sulla sua morte. Dalla Chiesa non era uno sciocco e non metteva a repentaglio inutilmente la vita altrui. Da qui occorre partire per interrogarsi. Le fanfare, gli onori ai caduti e le lapidi non mi smuovono dal punto.

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