Missili, mafia e potere prima di Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa

Comiso non fu soltanto una base missilistica: fu il punto in cui Guerra fredda, politica, mafia, grandi appalti e silenzi di Stato finirono per incrociarsi nello stesso luogo e nello stesso momento.(English Version)

  1. Non basta commemorare

Il problema posto da questo articolo: che cosa accadde quando lo Stato italiano e gli Stati Uniti decisero di rendere operativa in Sicilia la base di Comiso per i missili nucleari da crociera?

La domanda non nasce dal gusto del retroscena. Nasce dalla natura stessa dell’operazione. Comiso significava trasformare un vecchio aeroporto, costruire infrastrutture, aprire cantieri, muovere somme enormi e, soprattutto, garantire la circolazione sul territorio siciliano ai convogli militari destinati ai siti di lancio. In una Sicilia nella quale Cosa Nostra esercitò un controllo territoriale concreto, la sicurezza dell’operazione non poteva essere considerata un dettaglio.

Nel 2016 scrissi che molte risposte potevano trovarsi negli archivi dei servizi, dei Carabinieri e nelle carte lasciate da Francesco Cossiga. Oggi quella richiesta è ancora più fondata. Le nuove fonti non chiudono il caso: rendono però meno accettabile liquidarlo con commemorazioni e formule rituali.

  1. Comiso: territorio, appalti e denaro

La base di Comiso fu un affare strategico e, inevitabilmente, economico. Il vecchio aeroporto Magliocco dovette essere trasformato in un’infrastruttura capace di ospitare i BGM-109G GLCM, i “Gryphon”, con depositi, sistemi di sicurezza, viabilità e un retroterra abbastanza ampio da consentire ai lanciatori mobili di disperdersi sul territorio in caso di allarme.

Il punto economico va trattato senza slogan. Gli appalti non furono monopolio d’un solo ambiente. Il primo appalto locale oggi documentato, per la demolizione delle vecchie strutture dell’aeroporto nel marzo 1982, andò al consorzio siciliano ICI; nel 1983 la Pizzarotti di Parma ottenne la gara per l’installazione dei missili. Il quadro fu quindi misto, siciliano e nazionale. Proprio per questo la domanda sugli intermediari politici, imprenditoriali e territoriali diventa più importante, non meno.

La relazione di minoranza della Commissione parlamentare antimafia del 1984 descrisse la base come un fattore capace di accelerare “in modo impressionante” la degenerazione e l’inquinamento della vita sociale e politica. Pio La Torre aveva previsto speculazione, mercato nero, droga e degrado. Non occorre attribuirgli una prescienza: bastava conoscere la quantità di denaro che si stava riversando su un territorio nel quale politica, impresa e mafia si incontravano da decenni.

  1. Una storia cominciata prima dell’annuncio del 1981

La data pubblica più nota è il 7 agosto 1981, quando fu annunciata la scelta di Comiso. Ma la preparazione era molto più antica. Luigi Caligaris, allora ai vertici dell’Ufficio Politica Militare della Difesa, mi confermò che la “complessa trattativa, politica e militare” era iniziata già nel 1977. Il generale Mario Arpino ricordò invece la preferenza statunitense per Comiso e le esigenze operative legate alla mobilità dei lanciatori. Questo autore fu assegnato allo stato maggiore della Difesa, ufficio Politica Militare, il 28 luglio 1988. Il primo dossier affidatogli fu quello di Comiso per la dismissione. Dalle carte risultava chiaramente che i primi documenti in cui si proponeva Comiso erano della fine del 1976, ottobre.

Questo dato è decisivo. Una base nucleare non nasce con un comunicato stampa. Richiede ricognizioni, scelte tecniche, accordi politici, valutazioni di sicurezza, disponibilità di terreni, infrastrutture e interlocutori. La decisione NATO del dicembre 1979 fu una tappa formale fondamentale, non il punto zero del processo.

Il PCI si trovò dentro questa trasformazione. La svolta atlantica di Enrico Berlinguer, esplicitata a giugno 1976 con la celebre affermazione di sentirsi più sicuro “sotto l’ombrello della NATO”, aveva modificato il quadro. Nel 1978 Giorgio Napolitano guidò una delegazione del PCI negli Stati Uniti durante il sequestro Moro. Pio La Torre, invece, divenne poi l’anima più visibile dell’opposizione siciliana ai missili. La tensione interna al partito non è un dettaglio biografico: aiuta a spiegare il suo crescente isolamento.

  1. Il nodo decisivo: chi garantiva il territorio?

Il passaggio più grave dell’intera ricostruzione non viene da una voce anonima. Carlo Jean, generale e consigliere ascoltato da Cossiga, mi dichiarò: “La possibilità di schierare i missili fu garantita in Sicilia dal controllo della mafia sul territorio. Cossiga mandò l’ammiraglio Fulvio Martini a trattare”. Alla domanda se ciò fosse avvenuto mentre Cossiga era presidente del Consiglio, Jean rispose: “Sì”.

Questa è una testimonianza nominativa e va chiamata per ciò che è. Non equivale, da sola, a un verbale di trattativa né ci consegna i termini dell’eventuale scambio. Ma impedisce di trattare come fantasia la questione dell’interlocuzione fra apparati dello Stato e potere mafioso intorno a Comiso.

Anche Miguel Gotor, nel suo libro del 2025 su Piersanti Mattarella, collega la realizzazione della base alla necessità di un accordo territoriale con Cosa Nostra. Il problema è allora più preciso: una cosa è l’acquiescenza mafiosa o il pizzo che accompagnavano ogni grande opera siciliana; altra cosa è una negoziazione al vertice, mediata da un canale d’intelligence. La prima appartiene al contesto storico; la seconda poggia, allo stato delle carte qui richiamate, soprattutto sulla testimonianza di Jean e attende il documento operativo.

  1. Pio La Torre: il problema non è il martirio, ma l’isolamento

Pio La Torre fu assassinato il 30 aprile 1982. Ridurre il movente alla futura legge patrimoniale che porta il suo nome è insufficiente per comprendere la quantità di interessi che in quel momento si concentravano in Sicilia. La sua opposizione agli euromissili, l’attenzione agli appalti e la conoscenza della struttura mafiosa lo collocavano nel punto in cui politica nazionale, interessi economici e potere territoriale si toccavano.

Questo non prova che Comiso sia stato il movente del suo assassinio. Prova, però, che Comiso apparteneva al contesto nel quale La Torre operava e nel quale divenne sempre più scomodo. La domanda corretta è quindi documentaria: che cosa aveva appreso sugli appalti, sulle mediazioni e sui rapporti fra imprese, partiti e Cosa Nostra? Quali carte stava cercando? Chi conosceva le sue iniziative?

Le commemorazioni sono utili finché non sostituiscono l’indagine. La Torre non ha bisogno d’essere trasformato in un’icona innocua; ha bisogno che si ricostruiscano gli interessi che stava disturbando.

  1. Carlo Alberto Dalla Chiesa: un prefetto dentro un sistema già in movimento

Il 3 settembre 1982 fu assassinato Carlo Alberto Dalla Chiesa. Era un investigatore che conosceva la mafia, i suoi raccordi politici e i rapporti internazionali molto meglio di quanto lasci intendere l’immagine celebrativa del “prefetto solo”. Il punto da verificare non è una generica vendetta mafiosa, ma quale sistema d’interessi avrebbe incontrato una volta arrivato a Palermo.

Comiso era ormai una realtà in costruzione. La seconda guerra di mafia stava consegnando ai Corleonesi una capacità di controllo senza precedenti. Appalti, traffici, sicurezza militare e politica nazionale si sovrapponevano sullo stesso territorio. In tale scenario, un prefetto dotato di poteri effettivi e di informazioni profonde poteva diventare incompatibile con più di un interesse.

La sequenza La Torre–Dalla Chiesa rende legittimo chiedere se i due omicidi vadano studiati anche attraverso il dossier Comiso, non soltanto attraverso i moventi mafiosi tradizionalmente indicati.

  1. Piersanti Mattarella: il potere reale è più interessante dell’agiografia

Piersanti Mattarella viene spesso rappresentato lungo una linea quasi rettilinea: l’allievo di Moro, il riformatore, l’avversario della mafia. La realtà politica è più interessante. Lo stesso Gotor ricorda che nel 1970 Mattarella partecipò alla maggioranza democristiana che portò Vito Ciancimino alla carica di sindaco di Palermo e che Ciancimino entrò a Palazzo delle Aquile accompagnato da lui. Successivamente Mattarella prese le distanze da quel sistema e, dopo il 1975, entrò in rotta con il gruppo cianciminiano. Le due fasi non si cancellano: descrivono il percorso di un uomo di potere dentro la DC siciliana.

È proprio per questo che due documenti statunitensi assumono un peso particolare. Il primo riguarda direttamente Mattarella. Il 13 aprile 1978 il consolato degli Stati Uniti a Palermo inviò a Washington il telegramma classificato CONFIDENTIAL “Regional President’s Views on Moro Kidnapping”, identificativo 1978PALERMO0398_d. Il cablo riferiva un colloquio ufficiale del giorno precedente con il presidente della Regione. Mattarella, legato strettamente a Moro, riteneva che, “whatever the outcome” della prigionia, fosse altamente improbabile un ritorno di Moro alle più alte cariche; non escludeva un ruolo interno alla DC, ma considerava chiuse le strade del Quirinale e di Palazzo Chigi.

Il documento non prova che Mattarella conoscesse anticipatamente la sorte fisica di Moro. Documenta tuttavia un fatto politicamente enorme: mentre Moro era ancora vivo e prigioniero, un esponente centrale della sua corrente ragionava già come se il sequestro avesse prodotto un effetto irreversibile sulla sua futura carriera istituzionale. La formula “qualunque sia l’esito” rende equivalente, sotto questo profilo, il ritorno vivo e la morte. La domanda non è accusatoria: è storica. Perché?

Il secondo documento non parla direttamente di Mattarella, ma modifica il quadro americano nel quale le sue parole devono essere lette. Il 28 aprile 1978 — due settimane dopo il precedente cablo — fu consegnato a Francesco Cossiga un memorandum statunitense, oggi nel Fondo Cossiga dell’Archivio storico della Camera. La copertina registra la consegna da parte di un “Mr. Montgomery”. Il testo proponeva una ricompensa elevata ed esentasse, nuova identità e passaporto per chi avesse fornito informazioni decisive, profili psicologici dei sequestratori e l’apertura — “even at this late date” — di canali discreti e affidabili fra autorità italiane o DC e Brigate rosse, con l’obiettivo dichiarato del “safe recovery” di Moro. E’ un documento che inverte in due settimane la posizione del Dipartimento di Stato, fino a quel momento draconiana:”Nessuna trattiva coi terroristi.”

Il memorandum è divenuto consultabile nel 2024. Il libro di Gotor è uscito nel 2025. Gotor utilizza fonti diplomatiche britanniche e dedica molto spazio agli Stati Uniti, alla destra repubblicana, alla P2 e a Gelli; nel testo integrale, tuttavia, non risultano discussi né il cablo 1978PALERMO0398_d né il memorandum del 28 aprile con la sua identità archivistica. È lecito misurare l’effetto storiografico: senza il primo documento la posizione di Mattarella appare meno problematica; senza il secondo la posizione americana appare più monoliticamente ostile a ogni iniziativa per riportare Moro vivo.

Questa è la “distrazione” che merita una risposta. Non perché rovesci da sola la biografia di Mattarella, ma perché due fonti primarie complicano esattamente i due assi su cui quella biografia costruisce il suo scenario: Moro e gli Stati Uniti.

  1. Una correzione tecnica necessaria: a Comiso non c’erano i Pershing II

Nel testo del 2016 c’era un’imprecisione che oggi va corretta apertamente. A Comiso furono schierati i missili da crociera terrestri BGM-109G GLCM/Gryphon, non i Pershing II. Questi ultimi, balistici e molto più rapidi, furono dislocati nella Germania Ovest. Non è un dettaglio: la logica del brevissimo tempo di volo verso i centri di comando sovietici apparteneva ai Pershing II, non ai Gryphon subsonici.

Resta invece legittima la domanda sulla scelta geografica di Comiso, sulle esigenze di dispersione dei lanciatori e sul rapporto fra base, retroterra e sicurezza territoriale. Mario Arpino indicò proprio la disponibilità di un ampio retroterra e le trasformazioni intervenute a Gioia del Colle fra le ragioni della preferenza per Comiso. La questione militare va dunque formulata correttamente: non “perché arretrare i Pershing”, ma perché scegliere la Sicilia per un sistema mobile che aveva bisogno di muoversi in sicurezza sul territorio.

  1. Tre livelli di prova, per non confondere storia e sospetto

La forza di questa ricostruzione dipende dalla capacità di non mettere tutto sullo stesso piano. È documentato che la preparazione di Comiso precedette l’annuncio pubblico; è documentato il volume eccezionale dei lavori; è documentata la penetrazione mafiosa nell’economia siciliana; la Commissione antimafia segnalò gli effetti corruttivi della base; esistono il cablo americano su Mattarella e il memorandum a Cossiga.

Esistono poi testimonianze nominative di particolare rilievo: Caligaris sulla trattativa politico-militare iniziata nel 1977; Jean sull’invio di Fulvio Martini a trattare con la mafia durante la presidenza Cossiga. L’autore sull’inizio dell’ “esercizio Comiso.”

Restano infine inferenze: quale fu l’esatta contropartita d’un eventuale accordo? Vi fu immunità per traffici o appalti? Quale rapporto concreto vi fu, se vi fu, fra Comiso e gli omicidi Mattarella, La Torre e Dalla Chiesa? Su questi punti la tesi deve restare una tesi finché non emergano ordini, verbali, rapporti di servizio, catene di autorizzazione o testimonianze convergenti.

Investigatori uccisi nella guerra alle raffinerie di eroina in Sicilia

NomeRuoloOmicidioCollegamento con droga / raffinerieGrado del nesso
Boris GiulianoVicequestore, capo Squadra mobile di Palermo21 lug 1979, PalermoPista Palermo–New York; primi accertamenti sul trasferimento della raffinazione dell’eroina in Sicilia.Diretto / fondativo
Emanuele BasileCapitano CC, comandante Compagnia di Monreale4 mag 1980, MonrealeProseguì le indagini di Giuliano sul sistema Spatola–Inzerillo–Gambino e sui traffici internazionali di droga.Diretto
Calogero “Lillo” ZucchettoPolizia di Stato, Squadra mobile di Palermo14 nov 1982, PalermoCollaboratore di Cassarà; indagini su latitanti, famiglie mafiose e narcotraffico confluite nel quadro investigativo del «Greco + 161».Stretto, non legato a una singola raffineria
Mario D’AleoCapitano CC, comandante Compagnia di Monreale13 giu 1983, PalermoSuccessore di Basile; proseguì l’attività investigativa contro le cosche dell’area di San Giuseppe Jato, inserite nel sistema del narcotraffico.Stretto / indiretto
Giuseppe BommaritoCarabiniere, nucleo investigativo Monreale13 giu 1983, PalermoUcciso nell’agguato contro il nucleo investigativo guidato da D’Aleo.Di squadra
Pietro MoriciCarabiniere, nucleo investigativo Monreale13 giu 1983, PalermoUcciso nell’agguato contro il nucleo investigativo guidato da D’Aleo.Di squadra
Giuseppe “Beppe” MontanaCommissario, Squadra mobile di Palermo28 lug 1985, Santa FlaviaCaccia ai latitanti e indagini sulle strutture mafiose del narcotraffico; collegato allo smantellamento dei laboratori di eroina.Diretto
Antonino “Ninni” CassaràVicequestore aggiunto, Squadra mobile di Palermo6 ago 1985, PalermoIndagini dirette su laboratori e traffici; il lavoro Cassarà–Pellegrini documentò la perdita di più raffinerie di eroina per le cosche.Direttissimo
Roberto AntiochiaPoliziotto, già Squadra mobile di Palermo6 ago 1985, PalermoAveva lavorato con Montana e Cassarà nelle indagini su Cosa Nostra; fu ucciso insieme a Cassarà.Di squadra / stretto
Natale MondoPolizia di Stato, collaboratore di Cassarà14 gen 1988, PalermoInfiltrato e investigatore in ambienti del narcotraffico dell’Arenella; l’omicidio fu legato alla scoperta della sua attività investigativa.Stretto, non riferibile a una sola raffineria

Quadro probatorio

LivelloChe cosa comprende
DOCUMENTI / FATTICablo USA 13 aprile 1978; memorandum a Cossiga 28 aprile 1978; decisione e lavori di Comiso; relazione Antimafia; contratti e cronologia verificabili.
TESTIMONIANZE NOMINATIVELuigi Caligaris sulla trattativa politico-militare avviata nel 1977; Carlo Jean sull’invio di Fulvio Martini a trattare con la mafia durante la presidenza Cossiga.
IPOTESI DA PROVARETermini e contropartite dell’eventuale accordo; immunità sui traffici; nesso causale fra Comiso e gli omicidi Mattarella, La Torre e Dalla Chiesa.
  1. Aprire gli archivi prima di deporre le corone

Il filo di Comiso attraversa gli anni in cui la Sicilia divenne insieme retrovia della strategia nucleare NATO, teatro della seconda guerra di mafia e laboratorio di un nuovo equilibrio politico. Trattarlo come una coincidenza permanente non è più sufficiente.

Servono le carte: gli atti dei servizi sulla missione Martini; le interlocuzioni fra Palazzo Chigi, Difesa, ambasciata statunitense e autorità siciliane; la documentazione completa sugli appalti; i flussi informativi dei Carabinieri; i cablo americani fra il 1977 e il 1982; i documenti che mostrino chi sapeva che cosa e quando.

Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa non hanno bisogno soltanto di strade, lapidi e anniversari. Hanno bisogno che si ricostruisca il sistema nel quale furono uccisi. E Piersanti Mattarella non ha bisogno di essere protetto dalla complessità della propria biografia: proprio la sua importanza politica impone di leggerla tutta, comprese le carte che la rendono meno lineare.

La storia non si fa coi “se”. Ma si falsifica facilmente con i documenti che non si possono leggere.

Fonti essenziali

  1. Piero Laporta, “Dalla Chiesa e La Torre, non basta commemorare”, 6 maggio 2016 (testo originario allegato e archivio dell’autore).
  2. U.S. Department of State, telegram 1978PALERMO0398_d, “Regional President’s Views on Moro Kidnapping”, U.S. Consulate Palermo, 13 aprile 1978, classificazione originaria CONFIDENTIAL.
  3. Archivio storico della Camera dei deputati, Fondo Francesco Cossiga, serie “Caso Moro”, b. 62, fasc. 5, memorandum del 28 aprile 1978.
  4. Miguel Gotor, L’omicidio di Piersanti Mattarella. L’Italia nel mirino: Palermo, Ustica, Bologna (1979-1980), Einaudi, 2025, in particolare il capitolo su Comiso e il contesto internazionale.
  5. Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia, Relazione di minoranza, 1984, passaggi relativi alla base di Comiso.
  6. Interviste dell’autore a Luigi Caligaris, Mario Arpino e Carlo Jean, richiamate nell’articolo originario e negli appunti di ricerca su Comiso.
  7. Appunto di ricerca dell’autore “La posizione di Piersanti Mattarella nel caso Moro, il retroscena della base di Comiso e le lacune del volume di Miguel Gotor”, redazione aggiornata 16 luglio 2026.
  8. Appunto di verifica documentale “Moro, Mattarella, Stati Uniti e la pista Gelli–Est”, 9 agosto 2026.

Informazioni su Piero Laporta

Dal 1994, osservate le ambiguità del giornalismo italiano (nel frattempo degenerate) Piero Laporta s’è immerso nella pubblicistica senza confinarsi nei temi militari, come d'altronde sarebbe stato naturale considerando il lavoro svolto a quel tempo, (Ufficio Politica Militare dello Stato Maggiore della Difesa). Ha collaborato con numerosi giornali e riviste, italiani e non (Libero, Il Tempo, Il Giornale, Limes, World Security Network, ItaliaOggi, Corriere delle Comunicazioni, Arbiter, Il Mondo e La Verità). Ha scritto “in Salita, vita di un imprenditore meridionale” ed è coautore di “Mass Media e Fango” con Vincenzo Mastronardi, ed. Leonardo 2015. (leggi qui: goo.gl/CBNYKg). Il libro "Raffiche di Bugie a Via Fani, Stato e BR Sparano su Moro" ed. Amazon 2023 https://shorturl.at/ciK07 è l'inchiesta più approfondita e documentata sinora pubblicata sui fatti del 16 Marzo 1978. Oggi, definitivamente disgustato della codardia e della faziosità disinformante di tv e carta stampata, ha deciso di collaborare solo dove non trovi dei censori e fabbriche di odio. Il suo più spiccato interesse era e resta la comunicazione sul web, cioè il presente e il futuro della libertà di espressione. Ha fondato il sito http://pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. Lingue conosciute: dialetto di Latiano (BR) quasi dimenticato,, scarsa conoscenza del dialetto di Putignano (BA), buona conoscenza del palermitano, ottima conoscenza del vernacolo di San Giovanni Rotondo, inglese e un po' di italiano. È cattolico; non apprezza Bergoglio e neppure quanti lo odiano, sposatissimo, ha due figli.
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