
PREFAZIONE
di Paolo Guzzanti
Questo secondo volume di Piero Laporta sull’omicidio Moro, quarantasette anni dopo l’agguato militare a Via Fani (il primo d’una serie, fra cui l’attentato a Papa Giovanni II, le stragi di Ustica e di Bologna e l’omicidio con strage di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino) ribadisce, amplia e approfondisce quanto già svelato nel primo volume[1], consentendo deduzioni inquietanti.
Piero Laporta ha fatto scoperte concrete sul piano investigativo, portando alla luce fatti occultati perché ignorati dalla magistratura: questo è un fatto terribile, incontrovertibile e documentato, che mette lo Stato di fronte alle proprie responsabilità. Un altro aspetto che la magistratura e lo Stato tentano di ignorare è la decrittazione dei messaggi anagrammati, di cui Aldo Moro ha disseminato le lettere destinate al modo esterno, dalle quali si ricavano persino notizie geografiche sulla sua prigionia (la casa in Toscana dove trascorse almeno una parte del suo sequestro).
La più scioccante è la rivelazione ricavata sulla base dell’autopsia e confermata almeno due volte negli anagrammi, secondo cui Aldo Moro fu torturato; lo dimostrano le costole rotte secondo una tecnica d’interrogatorio crudele, tipica degli interrogatori professionali più brutali: incrinare o rompere le costole procura un altissimo livello di dolore, senza compromettere la vita dell’interrogato a meno che l’osso fratturato non buchi i polmoni. Quest’ultimo punto, esige una mano professionale e la presenza d’un medico.
Un interrogatorio condotto con tale brutalità indica la meditata volontà dei torturatori di ottenere dal prigioniero informazioni precise e – data la statura del prigioniero – segrete. Altro che “processo del popolo” al più alto esponente della DC. Anche le modalità dell’uccisione non solo quelle ufficiali. Il libro si chiude con un giallo: chi, come, dove e quando uccise Aldo Moro? Le stringenti osservazioni di Laporta su un bizzarro verbale di autopsia, demoliscono sia il racconto dello Stato sia quello dei terroristi e mette definitivamente fuori causa un pittoresco personaggio, Steve PieczeniK, comparso dal nulla nel 2008, riconsegnandolo alle sue bugie. Ad Aldo Moro, secondo Laporta, spararono mentre fu svestito, poi spararono sui suoi abiti e commisero un errore clamoroso. Questa agghiacciante novità è un nuovo mostro che emerge dalle segrete della Repubblica ed è anch’esso in cerca d’autore.
Vale pure la pena ricordare che durante i giorni della prigionia di Moro scomparve il dossier Stay Behind, classificato NATO TOP SECRET, dalla cassaforte più sicura della Difesa, quella del ministro. Riapparve dopo la morte dello statista prigioniero. Ne discussero molto all’epoca, uscirono articoli e alcuni libri.
L’ammiraglio Fulvio Martini, poi divenuto capo dei servizi segreti, nome in codice “Ulisse”, nel 1978 ebbe un malore e svenne nel corso della discussione col custode dei documenti spariti, il ministro della Difesa, l’andreottiano Attilio Ruffini, presente il ministro dell’Interno, Francesco Cossiga. Molto interessanti e difficili da smontare le deduzioni sul punto, operate da Laporta.
L’autore trae la prima conseguenza dalle costole rotte di Moro: nessuno in alcun processo o commissione ha indagato su questo dato di fatto registrato durante l’autopsia. I brigatisti connessi col rapimento e omicidio di Moro ebbero tutti degli “scivoli” grazie ai quali tornarono presto liberi. Molti brigatisti ricevettero durante la detenzione la visita dell’ex ministro dell’Interno (e poi Presidente della Repubblica) Francesco Cossiga, al quale ciascuno di loro confermò la versione più candida sulla storia delle Brigate Rosse e del delitto Moro: ognuno confermò che i militanti terroristi altro non erano stati che “boyscout” della rivoluzione, tutto sommato bravi ragazzi che avevano sbagliato ad intraprendere la via della lotta armata, ma che meritavano – più che la galera – una degna collocazione storica che rendesse conto non solo dei loro delitti, ma anche delle romantiche illusioni dietro il loro movente.
La faccenda delle costole rotte, ovvero della tortura inflitta ad Aldo Moro affinché rispondesse a domande rimaste ignote, non combacia con la narrazione dei boyscout rivoluzionari che catturano un esponente simbolico del potere e dopo un processo del tutto ideologico e anzi filosofico, lo condannano a morte e lo uccidono.
Farlo, avrebbe significato ammettere che Aldo Moro fu prigioniero d’un gruppo segreto e armato che da lui voleva soltanto informazioni e al quale fu probabilmente fatto credere di poter barattare la propria vita in cambio della sua collaborazione. La conseguenza è che tutti i processi sul suo omicidio e degli sventurati uomini della sua scorta, sono falsati da un’omissione.
Eppure, è evidente che Moro fu catturato e torturato per uno scopo preciso e che non può essere limitato ai confini nazionali. Oggi emergono carte che confermano una ovvietà: gli americani volevano Moro libero e non morto, come invece la propaganda ha fatto sempre credere accreditando storie che vedevano di volta in volta protagonisti la CIA, il Mossad, i servizi inglesi, francesi o altri. Nessuno a quell’epoca parlò del KGB, il potente e onnipresente servizio segreto sovietico mentre tutti sapevano – Moro per primo che ne parlò coi suoi collaboratori – che gli agenti sovietici gli stavano alle costole anche all’università, dove insegnava.
Moro scherzava parlando con i suoi: “Vedi quello? È russo ma fa finta di essere italiano perché li addestrano a parlare perfettamente la lingua in cui devono operare”. E come mai i russi avevano tanta attenzione per Aldo Moro, un’attenzione tutt’altro che amichevole, ma che fu probabilmente assassina? Occorre un quadro sintetico di ciò che stava accadendo.
Il segretario generale del Partito Comunista Italiano, Enrico Berlinguer, non faceva mistero di volersi sganciare dal controllo sovietico. Aveva tentato senza riuscirci a varare il cosiddetto “eurocomunismo” con la partecipazione dei partiti italiano, francese, spagnolo e portoghese, che a Mosca aveva destato grande sospetto. Poi, dopo il colpo di Stato che in Cile portò al potere un gruppo di militari guidati dalla Cia, Berlinguer scrisse alcuni storici articoli sul settimanale ideologico Rinascita, con cui lanciò una nuova via per arrivare a portare il Pci in una coalizione di governo con la Democrazia Cristiana, che potesse essere accettata dagli Stati Uniti e dai Paesi membri della Nato. Laporta illustra accuratamente i differenti passaggi storici che connettono via Fani alla fine dell’Unione sovietica, mentre il declino del Partito Comunista Italiano è gravato da ombre e inconfessabili segreti.
Il problema degli Usa e della NATO coi comunisti europei, in particolare gli italiani, era di ordine molto pratico e anzi militare: l’Occidente guidato dagli Stati Uniti di Jimmy Carter non aveva nulla in contrario all’ingresso dei comunisti nei governi dei Paesi della Nato, purché si fossero totalmente staccati dall’Unione Sovietica come avevano fatto le sinistre tedesche nel congresso del 1959 a Bad-Godesberg. Gli americani avevano delle mire dichiarate sui comunisti italiani perché li consideravano una classe dirigente alternativa e più affidabile di quella democristiana, purché avessero chiuso con l’Urss dal momento che avrebbero avuto accesso a segreti militari.
Berlinguer disse in una famosa intervista a Giampaolo Pansa sul Corriere della sera di sentirsi infinitamente più al sicuro sotto l’ombrello americano e parlò pubblicamente – con molto scandalo fra i suoi compagni – dell’affievolimento della Rivoluzione d’ottobre sovietica come mito condiviso. Questa posizione di Berlinguer fu definita dal giornalista e vero influencer della sinistra italiana come “in mezzo al guado”.
Laporta evidenzia che fu lo stesso quotidiano del PCI, l’Unità, a svelare 22 anni dopo che, contrariamente a quanto si disse nel 1976, la celebre intervista di Enrico Berlinguer al Corsera, non fu “lo strappo” ma una finzione di stampo leninista, concordata con Mosca.
D’altronde, i rapporti fra il segretario di Stato Henry Kissinger e il dirigente comunista (poi presidente della Repubblica) Giorgio Napolitano sono noti ed espliciti. Una parte del Pci vedeva quindi di buon occhio una strategia che liberasse per sempre il partito dal controllo sovietico (che si esprimeva attraverso un cospicuo finanziamento annuo, del tutto illegale, ma anche del tutto tollerato) e una parte dello stesso partito recalcitrava e non voleva saperne di troncare i rapporti con l’Urss.
Aldo Moro fu indicato dagli alleati e dagli stessi partiti italiani come l’uomo in grado di guidare il processo del Compromesso Storico e lo avrebbe potuto fare da una posizione di massimo rilievo: sarebbe stato eletto al Quirinale e di lì avrebbe compiuto tutte le complesse operazioni per valutare il cambiamento di rotta del Pci e guidarne l’ingresso in un governo di coalizione con la Democrazia Cristiana.
Per accelerare l’operazione fu orchestrata una violentissima campagna di stampa sulla base di elementi inconsistenti, per far dimettere il Presidente in carica Giovanni Leone. Tutto era dunque pronto affinché Aldo Moro potesse essere eletto dal Parlamento a Capo dello Stato, quando arrivò la terribile notizia di via Fani. Qualcuno ebbe piani differenti.
Moro era stato rapito dalle Brigate Rosse e portato in una prigione del popolo, che in realtà era un casolare gentilizio in Toscana da cui Moro si sforzava di far uscire sotto la censura dei suoi rapitori delle lettere in cui usando parole e frasi anagrammate (che Laporta con pazienza e competenza ha reso comprensibili) dava indicazioni utili per essere soccorso e liberato.
Il potere politico si coalizzò nel “partito della fermezza”, contrario a qualsiasi presunta trattativa per ottenere la liberazione di Moro, ma anche contrario alla semplice liberazione di Aldo Moro che, prigioniero dei suoi aguzzini, si rese conto di essere stato condannato a morte due volte: la prima, dai suoi rapitori interessati a spremerlo e liquidarlo; la seconda dal mondo istituzionale italiano con in testa la Democrazia Cristiana (partito di Aldo Moro) e Partito Comunista di Enrico Berlinguer, coalizzati in un patto d’acciaio: è bene che a questo punto Moro muoia, perché un suo ritorno in scena dopo la sanguinosa cattura e la detenzione nelle mani d’una entità che si faceva scudo dei boyscout della rivoluzione, ovvero un’ala delle brigate rosse, sarebbe stato enormemente rischioso e dannoso.
Tutti erano d’accordo sul fatto che Moro dovesse morire usando come pretesto il principio secondo cui lo Stato non tratta con i terroristi. In realtà in quegli anni tutti gli Stati trattavano con i terroristi se c’era di mezzo la vota d’un ostaggio ma in Italia fu scatenata una campagna violentissima contro chiunque osasse affermare che la cosa più importante era riportare Aldo Moro vivo a casa e non giocare a braccio di ferro con i terroristi.
Offro qui la mia opinione che vale anche come testimonianza per aver contribuito all’inchiesta sul caso Moro nella mia qualità di “Presidente della Commissione bicamerale sul dossier Mitrokhin” che portò me e la Commissione a compiere una stupefacente rogatoria a Budapest nel dicembre 2005 di cui dirò più avanti. Ma anche io come ormai moltissimi sono sicuro che il rapimento e l’uccisione di Moro furono eseguite da una “entità” (così la chiamava Moro stesso) che aveva a che fare con l’Italia soltanto per l’uso d’una parte della manovalanza usata per l’operazione. Ma l’entità era straniera e sono ragionevolmente convinto che si trattasse dell’Unione Sovietica, attraverso il suo onnipotente servizio segreto KGB, che per questo genere di operazioni delegava l’esecuzione a gruppi armati locali, ma nella disponibilità del potentissimo servizio della Repubblica Democratica Tedesca Stasi.
Questo porta alla evidente presenza sulla scena del delitto del più trascurato e importante regista del terrorismo internazionale, il venezuelano Ilic Ramirez Sanchez, ora ergastolano a Parigi, noto come “Carlos” e protagonista di vari libri e film col soprannome di Carlos the Jackal, Carlo lo Sciacallo.
Carlos agiva usando prevalentemente esplosivi compiendo attentati in Francia, in Italia e in Medio Oriente. Io fui contattato dal procuratore generale di Budapest nel 2005 per informarmi che a Budapest erano disponili documenti inoppugnabili sull’arruolamento di alcuni terroristi italiani delle Brigate Rosse nella formazione che Carlos dirigeva da Budapest e che questi documenti riguardavano in maniera particolare la cattura, l’interrogatorio e l’uccisione di Aldo Moro.
Un’altra scoperta emersa dall’indagine del generale Laporta riguarda l’esplosivo trovato in un’automobile parcheggiata in via Fani. Esso era parte dell’eventuale “Piano B”, se le cose si fossero messe male. L’esplosivo fu frettolosamente distrutto. Risulta a verbale, ma non fra le prove depositate perché fu fatto sparire. Perché questo è un dettaglio fondamentale? Perché, spiega Piero Laporta, l’esplosivo è un composto chimico che può avere mille origini e case di fabbrica. Ogni esplosivo svela in modo chiaro alle analisi la sua provenienza, la fabbrica, il paese d’origine, la sua natura chimica e fisica.
L’esplosivo scomparso prima che fosse analizzato è la prova d’un disegno più vasto di quanto appare, sostiene Laporta, perché qualcuno l’ha fatto sparire sia dal luogo del delitto, sia dalle prove giudiziarie. È stata fatta sparire un’altra prova, oltre alle torture, di cui nessuno parla e che invece aveva la sua ragion d’essere perché, se fosse stato collocato in vicinanza al luogo dell’agguato, avrebbe dovuto essere pronto per essere utilizzato esplodendo, cosa che non fu necessaria.
Per quale motivo una quantità d’esplosivo era sulla scena del delitto ma non fu usata? L’unica risposta possibile è che la detonazione fosse prevista come diversivo nel caso in cui l’operazione di via Fani dovesse essere rapidamente abortita. L’esplosivo quindi tradisce la presenza di altissimi professionisti del tutto differenti dai BR.
Ho già accennato alla Commissione bicamerale sulle attività del KGB sovietiche in Italia durante la Guerra Fredda. Quell’inchiesta portò nel 2005 la Commissione parlamentare a svolgere una rogatoria internazionale a Budapest, un atto formale e ufficiale approvato dai ministeri degli Esteri e della Giustizia italiano e ungherese. Come mai Budapest? Chi volesse approfondire può rintracciare gli atti del Parlamento della Repubblica, cosa che a quanto pare nessun magistrato ha fatto, così come le pletoriche e inconcludenti commissioni parlamentari d’inchiesta.
Quella missione nacque da una lettera che ricevetti nell’estate del 2005 dall’allora Procuratore Generale di Budapest. Che cosa diceva? Invitava la Commissione a Budapest per ottenere i materiali raccolti negli anni dalla polizia e dalla Procura di Budapest nel periodo 1970 -1985 durante i quali Ilic Ramirez Sanchez, soprannominato Carlos lo Sciacallo aveva sede con la sua banda a Budapest, agli ordini della Stasi tedesca orientale – quella del film “Le vite degli altri”, con totale libertà d’azione nella capitale ungherese che lo portava, quando non era in missione all’estero, a bravate metropolitane in stato d’ebbrezza con sparatorie notturne.
Su Carlos la polizia ungherese non aveva giurisdizione e d’altra parte – dopo la rivoluzione antisovietica del 1956 repressa dai cingoli dei carri armati – era totalmente disarmata; i suoi uomini erano occasionalmente autorizzati a portare una pistola.
Il procuratore ungherese mi disse che il suo Paese non poteva fare nulla per contenere Carlos ma che dopo molte inutili proteste, la polizia magiara ebbe il permesso di fotografare tutti i documenti contenuti nei due appartamenti che la banda Carlos occupava a Budapest. Le foto le avrebbero dovuto consegnare alla Stasi, ma gli ungheresi ne fecero e conservarono copie.
Le attività terroristiche di Carlos si svolgevano principalmente nel Medio Oriente fiancheggiando formazioni palestinesi dell’FPLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, direttamente connesso ai servizi sovietici), in Francia e in Europa in genere[2]. Ilich Ramirez Sanchez è oggi vecchio e malato, mentre sconta due ergastoli a Parigi per una serie di attentati in Francia. Il suo nemico istituzionale, il Procuratore Jean-Louis Bruguière, magistrato leggendario detto “il Falcone francese”, riuscì a metterlo sottochiave per sempre.
Incontrai Bruguière a Parigi nel parquet della procura, sulla stessa isola della Senna dov’è la cattedrale di Notre Dame. Mi confidò che l’attentato al papa polacco Karol Wojtyla del 13 maggio 1981 fu ordito dal servizio segreto militare sovietico GRU[3] (esiste con lo stesso nome nella Russia di Vladimir Putin), perché l’eliminazione del papa avrebbe reso militarmente operativa la Polonia in caso di guerra, mentre invece era totalmente nelle mani del sindacato Solidarnosc guidato dall’elettricista Lech Walesa, poi diventò primo presidente della Polonia liberata dal giogo sovietico.
Bruguière affermò che Carlos era coinvolto anche in molti atti di terrorismo in Italia in connessione con le Brigate Rosse, Prima Linea e i Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR) neofascisti. La centrale eversiva guidata dalla Stasi alimentava infatti sia il terrorismo rosso che nero, gruppi neofascisti e altri nazionalisti come L’ETA basca e l’IRA irlandese,
Quel sindacato era guidato e finanziato dal papa Giovanni Paolo II che sfuggì miracolosamente ai colpi di pistola del killer professionista Ali Agca, il quale, arrestato, confessò la sua missione. Dopo qualche mese, in seguito alla visita in carcere di due sedicenti magistrati bulgari, annunciò al mondo di essere Gesù Cristo tornato in Terra.
Chiesi al Procuratore generale magiaro se le attività del terrorista Carlos implicassero anche quelle delle Brigate Rosse italiane ai tempi del rapimento Moro e l’altro magistrato confermò: “Ovviamente! L’operazione Moro fu costruita qui a Budapest con Carlos e alcuni elementi delle Brigate Rosse”. Ci fece vedere una grande valigia di cuoio verde portata nell’aula dell’incontro fra la Procura di Budapest e la Commissione parlamentare italiana da un maggiore della polizia e la valigia fu aperta mostrando un contenuto di carte, schedari ingialliti, documenti e contenitori. Fece il nome del brigatista Antonio Savasta ma disse di non poter consegnare alla commissione quel materiale, senza l’autorizzazione dell’ambasciata russa con la casa madre russa per un trattato che legava allora tutti i Paesi che erano stati membri del Patto di Varsavia – PDV[4].
Ce ne promise l’invio che non avvenne mai. E questo fu frustrante. Ma la cosa più incredibile è che quanto accadde a Budapest con quella rogatoria internazionale e che fa parte degli atti del Parlamento della Repubblica italiana non fu mai menzionato e tanto meno richiesto dai magistrati e dalle commissioni che si occuparono del caso Moro. Nessuno ritenne di aprire sia pure un semplice fascicolo. Quei fatti e quella missione divennero immediatamente dei non-fatti e una non-missione.
Di lì a un anno, con l’assassinio a Londra del mio informatore Alexander Litvinenko l’intero lavoro della Commissione di cui anche il generale Piero Laporta faceva parte come prestigioso consulente, fu rasa al suolo da una campagna devastante e ogni suo atto fu ignorato e reso come non avvenuto.
Si chiede oggi Piero Laporta: «Che cosa è accaduto in via Mario Fani? È stata uccisa la Giustizia italiana, prima della scorta e poi di Aldo Moro. Un manipolo di delinquenti, ben più pericolosi e potenti dei burattini BR, s’è arrogato il diritto di depistare, sviare, assolvere e condannare, in una parola mentire e costringere i magistrati a commettere reati di inaudita gravità. Si capisce che sia forte la tentazione di posare una pietra tombale, sentenziando. “Sono oramai trascorsi 46 anni… lasciamo perdere.” Non è così facile. È in gioco la salute costituzionale della Repubblica. Chi scrive l’ha servita onorevolmente per 40 anni e non accetta che si possano nascondere le lordure commesse in questa metà di secolo».
Nessun attentato, al pari di quello di via Mario Fani, ha visto una produzione letteraria così ampia e apparentemente approfondita. Vi sono stati altri attentati, d’ogni colore, da Bologna a san Giovanni Paolo II, solo per fare due esempi in una lunghissima lista. Nessuno è più descritto di quello di via Mario Fani e nessuno tanto inutilmente, nascondendo e mentendo sui fatti, dimostrati coi documenti alla mano, documenti in possesso dei magistrati e responsabili dell’antiterrorismo.
In questo libro si documenta che prima di tutto gli uomini delle BR in via Mario Fani non erano soli. Essi obbedivano a ordini piovuti da altrove. Da dove? Occorre chiedere ai paesi alleati e anche alla Russia. Nessuno dovrebbe oramai avere interesse a coprire un tradimento non più efficace e tuttavia lacerante per la Repubblica. E poi, ricorda l’autore, la Mini Minor Verde parcheggiata in via Mario Fani, sul lato opposto all’agguato, conteneva esplosivo ad alto potenziale, come dichiarò pubblicamente Vanni De Matteo, procuratore capo di Roma.
L’esplosivo è stato dolosamente e totalmente distrutto impedendo un’analisi delle sue origini e quindi del paese di provenienza; bloccando la comparazione con l’esplosivo degli attentati successivi, incluso quello di Bologna del 2 agosto 1980. L’esplosivo ad alto potenziale implica l’azione d’una mente del tutto irraggiungibile per i BR, privi di addestramento specifico.
Esso avrebbe inoltre imposto – argomenta Piero Laporta – di indagare la presenza d’una base affacciata su via Mario Fani, sufficientemente vicina per avere la visuale dettaglia del “campo di battaglia”, ma abbastanza lontana da non farsi coinvolgere dagli effetti dell’esplosione. Sarebbe stata opportuna – ed è ancora possibile – un’indagine sulle visure storiche, sulle proprietà e gli inquilini degli appartamenti che affacciano su via Mario Fani e rispondono ai requisiti.
Non sappiamo che cosa sia recuperabile del corpo di Aldo Moro. Occorre tuttavia che ogni possibilità offerta dalla moderna medicina forense sia introdotta per recuperare il possibile di quanto trascurato con dolo a suo tempo.
Come e chi ha ucciso Aldo Moro? La risposta al quesito tuttora irrisolto è la chiave del delitto. Per farlo occorre una squadra multidisciplinare di scienziati, medici legali, chimici, fisici e ingegneri che affrontino il problema in tutti i suoi aspetti. È altresì possibile – dice Laporta – rintracciare almeno la prigione toscana dove fu custodito il prigioniero. Da questa indagine si può forse comprendere che cosa sia accaduto immediatamente dopo e inoltre come i messaggi che uscivano dalla prigione sulle colline di Pontassieve si trasformavano in comunicati e vaniloqui “strategici” dei BR. Alla fine di questa fatica una solo conclusione è obbligata: la Giustizia italiana ha dato una dimostrazione palmare di non essere in grado di auto emendarsi.
Secondo Laporta occorre che il Parlamento si riappropri dei suoi poteri e valuti il comportamento d’ogni singolo attore, con capacità di irrogare immediatamente e senza appello le misure adeguate ai reati provati. In conclusione: questo Parlamento s’addossi la responsabilità di cucire gli strappi causati da magistrati, sottoponendoli a una giurisdizione superiore non influenzabile da loro medesmi: «Se non si fa questo – conclude angosciosamente l’autore di questo libro – la Repubblica morrà di “togalitarismo”, come già molti ingravescenti sintomi denunciano a tutti i livelli di giudizio.»
Roma, 16 marzo 2025
Paolo Guzzanti
In memoria di Aldo Moro,di quanti uccisi dai traditori
Io pongo sempre davanti a me il Signore,
sta alla mia destra, non potrò vacillare.
(Salmo 15)
| Vieni, Santo Spirito | ||
| Vieni, Santo Spirito, | ||
| manda a noi dal cielo | ||
| un raggio della tua luce. | ||
| Vieni, padre dei poveri, | ||
| vieni; datore dei doni, | ||
| vieni, luce dei cuori. | ||
| Consolatore perfetto, | ||
| ospite dolce dell’anima, | ||
| dolcissimo sollievo. | ||
| Nella fatica, riposo, | ||
| nella calura, riparo, | ||
| nel pianto, conforto. | ||
| O luce beatissima, | ||
| invadi nell’intimo | ||
| il cuore dei tuoi fedeli. | ||
| Senza la tua forza, | ||
| nulla è nell’uomo, | ||
| nulla senza colpa. | ||
| Lava ciò che è sordido, | ||
| bagna ciò che è arido, | ||
| sana ciò che sanguina. | ||
| Piega ciò che è rigido, | ||
| scalda ciò che è gelido, | ||
| raddrizza ciò ch’è sviato. | ||
| Dona ai tuoi fedeli | ||
| che solo in te confidano | ||
| i tuoi santi doni. | ||
| Dona virtù e premio, | ||
| dona morte santa, | ||
| dona gioia eterna. Amen. | ||
| Stefano Langton (1150-1228), arcivescovo di Canterbury
|
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TOGHE E TOGALITARISMO
La Verità è un leone; non è necessario difenderla. Liberala, si difenderà da sola. Sant’Agostino d’Ippona
LO SCOPO, FATTI E DOCUMENTI Il “Togalitarismo”, il virus endemico nella magistratura italiana, quantunque parzialmente raccontato da uno di loro[5], pare inestirpabile, grazie a una minoranza di magistrati che gli dà posto nella storia italiana, al pari di altri movimenti politici. Questo libro ne tratterà restringendo il campo su via Mario Fani. Il martirio di Aldo Moro sia utile affinché le persone capiscano che cosa sia il Togalitarismo. Il suo battesimo risale al 9 maggio 1978. Ucciso Aldo Moro, la complicità del Palazzo (volontaria o meno, va giudicata per ogni singolo personaggio) mise la politica in ginocchio davanti ai magistrati. Da quel momento l’omertà fu barattata con poteri a-costituzionali. L’infezione, circoscritta all’inizio, oggi s’espande incontrollabile.
Questo libro è una denuncia al ministro di Giustizia, Carlo Nordio, affinché ispezioni tutto l’operato delle procure di Roma e Perugia, nel merito del “caso Moro”, per i fatti e i documenti presentati dai miei libri.
Il primo volume svelò due pesanti e indiscutibili falsità: 1) quattro costole rotte ad Aldo Moro durante la prigionia, nascoste dai pm romani a 8 corti d’assise, a 4 commissioni parlamentari d’inchiesta; alle parti civili e alla pubblica opinione; 2) l’esplosivo ad alto potenziale presente in via Mario Fani durante la strage, distrutto totalmente su ordine d’un magistrato (Perché? Quale magistrato?) e nascosto del pari negli atti giudiziari. Due prove sottratte alla Giustizia dal Togalitarismo. Due dolosi concorsi in strage coi mandanti e gli esecutori di via Mario Fani, due depistaggi. Col passare degli anni il cerino è in mano anche ai magistrati della procura romana e perugina. Costoro, deceduti i politici di rango, sono nella rete coi funzionari – civili e militari – coi giornalisti e gli intellò, nonché coi politici, eredi dei partiti del 1978, impegnati a depistare per preservarsi. Questa inchiesta-denuncia ha triplice scopo: 1) svelare altre fandonie, statali e non, nonché ulteriori dettagli di quelle già note;2) additare dove cercare e identificare i magistrati che disonorano la toga; 3) obiettare sulla legittimità della Repubblica e della successione al Quirinale, per effetto del “caso Moro”.
STALIN E ŽDANOV Il 28 marzo 1978, dodici giorni dopo via Mario Fani[6], Rossana Rossanda scrisse: «Sembra di sfogliare l’album di famiglia: ci sono tutti gli ingredienti che ci vennero propinati nei corsi su Stalin e Ždanov di felice memoria.» Dal giorno successivo – l’Unità[7] in testa, ovvio – misero la mordacchia alla compagna Rossanda perché, citando Stalin e (soprattutto) Ždanov, non lasciò spazi a dubbi: fu una formale “chiamata di correo” per via Mario Fani a carico di Unione sovietica (Urss) e Partito Comunista Italiano (PCI). Tanti dicono di conoscere Stalin, ma Ždanov chi fu? È il punto di partenza del “caso Moro”: Andrej Aleksandrovič Ždanov (Mariupol 1896, Mosca 1948) bolscevico a 19 anni, fu pilastro dell’ortodossia sovietica.
Il potere assoluto impone dogmi. Ždanov ne creò due. Il “realismo socialista”[8], con la sua dottrina, “Ždanovščina”, fu il manganello per censurare d’ogni libertà “borghese” o “individualista”, uniformando il linguaggio di tutti, artisti e intellò inclusi. La Ždanovščina divise il mondo fra «imperialisti» guidati dagli USA e «democratici» guidati dall’URSS, bastonando i diritti umani, posti da Aldo Moro e Jimmy Carter in primo piano nella Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE) a Helsinki del 1975, il cui Atto Finale mise l’Urss nell’angolo per i Gulag[9]: Ždanov e l’Urss furono i nemici di Aldo Moro.
Il secondo dogma di Ždanov fu il Cominform, nato nel 1947, riesumando l’Internazionale Comunista (Comintern), questa sciolta nel 1943, prima della Conferenza di Yalta (4-11 feb.1945), affinché l’Urss di Stalin apparisse un agnello. Nessun dirigente dei partiti comunisti europei, incluso il PCI, fu mai organico ai servizi segreti sovietici, non di meno collaborarono fra loro. Occorse quindi un tramite fra la Ceka (coi suoi derivati[10]) i partiti comunisti e infine col KGB. Il Comintern fu la necessaria porta girevole fra i due universi, lasciandoli apparire come due sfere formalmente indipendenti. Il collegamento fra Pci e KGB nel 1978 fu verosimilmente Giorgio Conforto[11], sul quale le indagini italiane furono alquanto superficiali. Superfluo addentrarsi. Il Cominform (l’Urss s’apprestava a invadere l’Europa, cfr. cap.5°) coordinò i partiti comunisti con la “strategia sovietica”. Sciolto nel 1956, fu sostituito dal KGB. Nel 1951 il SIFAR titolò a ragion veduta “Cominform”[12] il rapporto su Licio Gelli (cfr. cap.8°), agente KGB.
Troppe capre nelle redazioni e nella politica nel 1978 non compresero (o finsero di non capire) il richiamo di Rossanda agli adulteri del PCI (sedicente autonomista) con l’Urss, attraverso il KGB e mediante il terrorismo di Ždanov. Piacque acriticamente che Enrico Berlinguer si dichiarasse “più al sicuro sotto l’ombrello NATO”, mentre trescava con Mosca (cfr. cap. 3°). Il “potere pieno e incontrollato”, cui alluse Aldo Moro nella prima lettera a Francesco Cossiga ebbe ( e ha tuttora) il tentacolo più poderoso, con innumerevoli ventose nella Giustizia, infettatasi di “togalitarismo” nella sovversione di via Mario Fani. Virus dagli effetti oggi evidenti.
Il primo colpo di Stato è del 16 marzo 1978. Il secondo fu la defenestrazione del presidente Giovanni Leone a giugno. Piero Sansonetti vede nella Tangentopoli del 1992 un terzo colpo di Stato[13]: è vicino alla verità. L’Italia fu venduta, la nazione italiana nel suo intero. Il Paese fu privato della sua ricchezza, non dai magistrati bensì dalla sua stessa classe dirigente: gli eunuchi del sultano, scampati alla Guerra Fredda tradendo la NATO, mutarono nuovamente abito, accorrendo sul Britannia, il battello pirata della City, quando il dossier Mitrokhin svelò i Giuda: fu di nuovo “8 Settembre”.
I magistrati coinvolti – non tutta la Magistratura – sono oggi imputabili, non importa se in servizio o in pensione. Occorre metterli ai ferri per stanare i democristiani, i berlingueriani, i craxiani, gli almirantiani e affini, traditori dell’Italia. Le toghe, con l’omertà di terroristi, di polizie, di giornalisti, di intellò, si tutelano (con la gratitudine del Palazzo) col togalitarismo che sta alla Giustizia come il clericalismo alla Fede. I dervisci, sopravvissuti a Tangentopoli, oggi tentano l’ultima giravolta, paragonando l’invasione dei clandestini, in mano alle mafie e a Londra, ai dignitosi emigranti italiani di Ellis Island. Confidano di salvare il patrimonio rubato mediante il gattopardismo. “Noi italiani siamo il paese dei gattopardi. A parole vogliamo che tutto cambi, ma solo perché tutto rimanga com’è”, disse Sergio Marchionne. Dopo i terrorismi rosso e nero, i gattopardi – fra globalismo, islamismo e sionismo – sono nuovamente pronti a svendersi al vincitore, fosse pure Vladimir Putin, dopo tutto gli sono noti. Sono i medesimi che finsero di non capire perché Aldo Moro scrisse a tutti ma non al numero uno dell’oligarchia gattopardesca, Enrico Berlinguer. Le alternative sono:1) non gli scrisse;2) gli scrisse e i carcerieri distrussero la lettera; 3) gli scrisse, giunse al destinatario e questi la distrusse. Quale che sia l’alternativa, essa è un manifesto politico.
Il togalitarismo sorregge la finzione dei due “avatar”: il buono, Aldo Moro, contro il cattivo, Henry Kissinger, perfido ebreo, che rapisce e uccide l’altro. Negano Aldo Moro con quattro costole rotte a causa delle torture; tacciono l’esplosivo in via Mario Fani per uccidere 300 persone, distrutto da un magistrato (quale?); ammutoliscono se gli si dimostra che Aldo Moro in via Fani non c’era; sviano per l’ufficiale dei Carabinieri nella camera delle torture. Come statue funerarie, apparentemente pietose verso il morto, zittiscono nel cinismo. Per arrivare a una verità occorre arrestare i togalitari. Anche il Vaticano deve ripulirsi.
IL CARDINALE Dal 16 marzo 1978 la “corruzione italiana” divenne sfrenata e ingravescente, peculiare come il mandolino, gli spaghetti, la pizza e il Vesuvio. Non è un caso. L’Italia, perduta con disonore la Seconda Guerra Mondiale (catastrofe etica, prima che politica e militare) fu sottomessa a una Piovra corrotta di famiglie (non solo mafiose), irradiatesi nella politica, poi nella magistratura, nella stampa, nei carabinieri e nella polizia, nelle Forze Armate, nella società. I veleni sparsi dalle toghe come pure da ecclesiastici.
Il cardinale Matteo Zuppi, prima del conclave, invitò: “Spogliare Moro del caso Moro”. Sembrerebbe giusto porre la memoria dello Statista oltre i 55Giorni. Aldo Moro fu ben più d’un prigioniero dei BR: fu giurista, padre costituente, uomo di governo, ministro, uomo di pace e – aggiunge Zuppi – ispiratore della… giustizia riparativa. Satana è nei dettagli. La giustizia non è riparativa se i colpevoli della strage – veri e finti – son tutti liberi e benestanti. Costoro operano tuttora dai vertici della politica. Due agenti vaticani propalarono tossiche disinformazioni, i c.d. “colpi a raggiera”, fandonia e depistaggio di giornalisti sedicenti “investigativi” (cfr. P. Laporta cit. pag. 66).
Chi osservi la foto in Fig.1 si rende conto che i colpi “intorno al cuore” furono inventati di sana pianta, dal monsignore che testimoniò davanti alla commissione Fioroni, con la complicità attiva del medico Giuseppe Fioroni che non poteva non sapere che il cuore non è in quella posizione. Fioroni è un medico, si vedrà che cos’altro comporti. Quale giustizia è riparativa se i preti e i loro manutengoli oltraggiano la verità e chi fu Crocifisso per essa?
La frode investigativa, architrave dell’accordo fra mandanti italiani e sovietici, obbliga a individuare i traditori togati e quanti dettero loro ordini. Perché i sovietici? Sono sovietici i carcerieri e i torturatori, ce lo dice Aldo Moro mediante gli anagrammi[14], comunicati alle magistrature romana e perugina, spiegando il metodo scientifico di decrittazione.
Se l’autore fosse un depistatore, dovrebbero perseguirlo. Occorre invece mettere i ferri ai personaggi indicati da Aldo Moro coi suoi messaggi anagrammati[15], fra i quali – sia ribadito – un alto ufficiale dell’Arma, facile da individuare, consultando i documenti personali degli Ufficiali che nel 1978 furono “puniti dall’Arma”, come fa sapere Aldo Moro (cfr. pag.115). Numerosi giornalisti mentono, non solo sui c.d. “colpi a raggiera”, Commettono reati, dando a intendere d’essere perseguitati dalla CIA. Fandonie. Scoprono inesistenti prigioni nel cuore di Roma; ingannano sull’ultima dimora “a metà strada fra la sede della DC e del PCI”; strologano sulla prigione dell’ultima notte del Presidente in una “sede governativa”. Solo per una notte? Come un’avventura fugace? Perché non venti o cinquantacinque, se la sede fu così sicura? Questi giornalisti sono utili ad accusare gli Stati Uniti, per distogliere l’attenzione dai traditori italiani. Li coccolano ai piani altissimi del Palazzo.
JIMMY CARTER Quanto più l’Italia smarrisce la propria dignità, di pari passo s’aggrava la “sovranità limitata” in Europa. Essa è, per ironia, analoga alla “dottrina Brežnev”[16]non solo per gli “ukase”[17] della Commissione Europea. L’Italia è in ginocchio, a causa di quanto avvenne nel 1978. Jimmy Carter ebbe fiducia nell’Urss, così come Aldo Moro nel PCI. Ingenui ambedue e fatali, non solo a se stessi. “Carter–Moro” è il binomio mai analizzato, ma fondamentale per capire quanto avvenne il 16 marzo 1978. I giochi repentinamente mutarono quando, uscito Carter[18] dalla Casa Bianca, vi entrò Ronald Reagan. I venerati maestri sorvolano su Carter, spacciando l’«avatar Kissinger», perfido ebreo, contro l’«avatar Moro», il buono. Finzione.
Devono fingere per nascondere il terrorismo comunista dal 1968 al 1989, venti anni di sangue e grimaldello per la penetrazione dei servizi sovietici[19] nello Stato italiano in piena Guerra Fredda. Via Mario Fani, il terrorismo e l’attentato a san Giovanni Paolo II (cfr. cap. 4° e P. Laporta cit. pag.32) marciarono trionfanti tra l’uscita di scena di Kissinger e l’ingresso alla Casa Bianca di Reagan, grazie ai formidabili servizi sovietici, ai cui ordini la loggia massonica P2 di Licio Gelli, operò con Cosa Nostra a favore del KGB, che da Beirut diresse il terrorismo rosso e nero in Europa e in Italia (cfr. cap.8°)[20]. Ineffabile Tina Anselmi: ebbe i documenti e non li “comprese”.
Reagan sembrò smussare il conflitto con l’Urss, invece – lo si capì dopo il 1989 – la rosolò a fuoco lento, comprando i comunisti non solo a Mosca. Egli fu concreto del pari con l’Italia e i traditori, fare senza strepiti.
517 tonnellate di oro dell’Italia erano già state trasferite nel 1979 al Fondo Europeo di Cooperazione Monetaria (FECom), controllato dalla Banca Centrale dei Regolamenti di Basilea[21]. Fu ottimo avvio per incatenare l’Italia. Occorse un fido nel consiglio d’amministrazione di FECom, composto dai governatori delle banche centrali. Detto fatto. Il 16 luglio 1978, quattro mesi dopo via Fani, il dottore in lettere moderne Carlo Azeglio Ciampi divenne direttore generale di Banca d’Italia, in quota “Partito d’Azione”; il più amato a Londra e Wall Street. Dopo sette mesi, il 24 marzo 1979, Paolo Baffi, governatore di Banca d’Italia, fu incriminato da innocente; al togalitarismo non importò. Ciampi gli succedette sulla poltrona di governatore il 7 ott. 1979: carriera fulminea.
È ragionevole pensare a quella guerra sotterranea, mai affiorata nelle cronache, come a una rivincita della CIA sul GRU (cfr. nota 3), utile quindi non solo a rapide carriere. La CIA verosimilmente uccise ed emarginò i traditori della NATO, in Italia, in Sicilia e altrove, utilizzando la Cosa Nostra, un ictus o un infarto, i terroristi o inattesi suicidi. I tradimenti ad alto livello si lavano con la morte o con processi ben costruiti. Superfluo approfondire tali appiccicosi aspetti. Si stia ai fatti.
Il ministro Beniamino Andreatta comunicò il divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia Il 12 feb.1981, con una letterina al neopromosso dott. Ciampi. A tamburo battente, tre settimane dopo l’attentato al Papa e tre giorni prima dell’inutile proscioglimento di Paolo Baffi, la moribonda sovranità monetaria si spense. Il Parlamento che cosa fece? Come nel caso di Aldo Moro: assolutamente nulla. Il vociante presidente della Repubblica, Pertini Alessandro? Berlinguer, Cossiga, Andreotti, La Malfa (un economista!), Almirante? I presidenti della Camera e del Senato? Zitti e sull’attenti. Gli adamantini intransigenti con Aldo Moro dal 16 marzo 1978 al 9 maggio, tutti poco dopo con le braghe calate e proni davanti ai BR per salvare il celebre statista internazionale Cirillo Ciro, dell’onorata famiglia partenopea dei Gava… coi tentacoli fino a Nusco. Prima del divorzio, Banca d’Italia stampò moneta, così come il Tesoro ordinava, compilando una nota di conto, a costo nullo. Privatizzata Banca d’Italia, venduto il debito all’estero, nel volgere di pochi mesi lo stesso debito, divenuto reale, crebbe senza freni. Senza un fiato dal Parlamento: da sinistra a destra, tutti genuflessi a Ronald Reagan: i titoli di Stato italiani non furono più acquistati dalla Banca d’Italia. Il ricatto monetario ed economico causò l’impoverimento degli italiani; dal 1992 senza freni.
LA FANDONIA VA BENE A TUTTI Svenduta l’indipendenza monetaria nel 1981 e tutta l’Italia nel 1992[22], né i ricattati né i ricattatori ebbero interesse alla verità su via Mario Fani. Se svelata, avrebbe liberato l’Italia dai politici traditori, rovina degli italiani; a loro volta, gli Stati Uniti avrebbero perduto il potere coloniale esercitato sinora. La profacola dei cattivi, CIA e Kissinger, va pertanto bene a ricattati e ricattatori. Dal 1981 e ben più dal 1992, gli Stati Uniti tirano le briglie destra e sinistra del somaro italiano.
Gli USA, scorze davvero dure, furono sottovalutati dai traditori. Fin dagli anni ’20 fronteggiarono i sovietici e il leninismo: “La politica è la prosecuzione della guerra con altri mezzi”.[23] I presuntuosi traditori italiani non se n’accorsero. Erano convinti, avendo studiato dai gesuiti, di essere i più furbi di tutti.
L’Urss era nata dalle mani di Stalin come una perfetta macchina da guerra. La dottrina militare sovietica lasciò mano libera al GRU in Europa occidentale (cfr. nota 3), per la missione “rimuovere gli ostacoli frapposti all’invasione dell’Europa”. Con perfetto dualismo leninista, mentre preparavano l’invasione dell’Europa, i diplomatici del Patto di Varsavia (PDV), selezionati e addestrati dal KGB, predicavano la distensione[24] e promuovevano conseguenti accordi internazionali, sempre tenendo di vista l’invasione dell’Europa.
Aldo Moro, l’uomo degli Stati Uniti in Italia, fu quindi l’ostacolo da rimuovere per destabilizzare l’Italia da invadere[25]. Lo rimossero, anche col favore degli invidiosi somari di razza nella Democrazia Cristiana (DC). È, questo, un altro buco nero del “caso Moro”: la libertà d’azione dei servizi sovietici in Italia e a via Mario Fani, come in piazza San Pietro il 13 marzo 1981. Liberi di scorrazzare, mentre l’Urss preparava la guerra, predicando “pace”. I venerati maestri sibilano che gli USA scagionarono Mosca sia per Aldo Moro sia per san Giovanni Paolo II. Imbelli e imbecilli. Gli USA mai avrebbero scatenato una guerra nucleare accusando Mosca. I venerati maestri reputano stupidi gli statunitensi. La fine della Guerra Fredda dimostra l’esatto contrario.
In vista dello scontro militare, i sovietici sostennero spese sfrenate dal 1965 al 1985 per tre interconnessi scopi: 1) gli armamenti, 2) il gigantesco apparato di spionaggio e controspionaggio e (trascurato dai venerati maestri) 3) l’immensa macchina terrorista nel mondo, soprattutto in Italia. Fra le spese, i servizi italiani sotto il controllo di Licio Gelli, agente KGB (cfr.cap.8°). Il Palazzo seppe dal 1951[26] e tacque.
Le bugie dello Stato italiano, gordianamente intrecciatesi dal 1978, non sono affatto al sicuro dall’affilato coltello della verità. I responsabili ancora in vita, tra i quali indipendenti magistrati e almeno 3 generali dei carabinieri sono inchiodabili “per” e “con” i loro tradimenti.
«Non c’è niente d’occultato che non sarà svelato, né segreto che non sarà appreso: la verità è morosa, non inadempiente.» Sant’Agostino d’Ippona scrisse nel Libro XI delle Confessioni, un millennio e sei secoli fa. È tuttora vero.
[1] Piero Laporta “Raffiche di Bugie a Via Fani, Stato e BR Sparano su Aldo Moro”, ed. 2023, Amazon
[2] FPLP – Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, nato dopo la sconfitta dei mussulmani nella c.d. “Guerra dei Sei Giorni (5-10 giugno 1967), cui seguì l’occupazione israeliana di Cisgiordania e Gaza. L’FPLP, connesso direttamente al GRU (cfr. nota 3), coniugò nazionalismo palestinese e socialismo rivoluzionario contro l’imperialismo degli USA. Il FPLP si coordinò coi movimenti di liberazione in Africa e in America Latina, mantenendo stretti rapporti col PCI, il PSIUP e il PSI.
[3] GRU-Glavnoe Razvedyvatel’noe Upravlenie, servizio segreto militare sovietico. Glavnoe Razvedyvatel’noe Upravlenie, Direzione generale per le informazioni militari. Qui ci si riferisce alla struttura nel 1978. Il GRU fu subordinato solo all’Armata Rossa, mentre il KGB rispose al Partito Comunista. Struttura: 1) Primo Direttorato: sicurezza interna; 2) Secondo Direttorato: intelligence a Berlino; 3) Terzo Direttorato: movimenti di liberazione nazionale esteri; 4) Quarto Direttorato, intelligence a Cuba. Il GRU ebbe capacità operative globali, con stazioni di trasmissione e intercettazione. La rivalità col KGB fu acuta. Il GRU all’estero fu indipendente dal KGB, in Patria poté nulla senza il consenso esplicito del KGB, pena la morte immediata dell’agente reprobo. Gli agenti del GRU ebbero addestramento militare al più alto livello; conoscevano perfettamente le lingue dei paesi in cui operavano per mimetizzarsi nella popolazione. Il GRU dispose di Spetsnaz, forze operative speciali, per le missioni ad alto rischio in condizioni estreme. Nel 1978 vi furono fra 60mila e 80 mila Spetsnaz, multirazziali e multinazionali, sotto l’esclusivo controllo del GRU, macchine da guerra strettamente obbedienti solo al proprio superiore diretto, che rispondeva con la vita dei fallimenti dei sottoposti.
Vito Sibilio “Dal Caso Moro al Processo Andreotti: Moro, Dalla Chiesa, Falcone, Andreotti. Indagine sui misteri d’Italia.” Amazon, 2025
Pierre Faillant de Villemarest & Clifford A. Kiracoff “G.R.U. : le plus secret des services soviétiques (1918-1988)” Stock, 1988
[4] PDV – Patto di Varsavia Il “Trattato di amicizia, cooperazione e mutua assistenza”, fu la risposta sovietica all’ingresso della Germania Ovest nella NATO. Fu composto da Unione Sovietica (URSS), Polonia, Germania Est (Repubblica Democratica Tedesca, fino alla riunificazione tedesca nel 1990), Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Albania (membro fino al 1968, quando si ritirò per divergenze con l’URSS, stimolate dalla Cina).
[5] Alessandro Sallusti, Luca Palamara si intitola “Il Sistema. Potere, politica affari: storia segreta della magistratura italiana”, Rizzoli 2022
[6] Rossana Rossanda “Il Discorso sulla DC”, Il Manifesto 28 marzo 1978.
[7] Quotidiano del Partito Comunista Italiano.
[8] Ždanov inventò il “politicamente corretto” (politically correct), oggi imitato dai globalisti a sinistra. “Ždanovščina” fu la dottrina di Ždanov, imposta nel 1946 dal Comitato Centrale del PCUS.
[9] Gulag fu il nome dei campi di lavoro forzato dell’Urss; acronimo di “Amministrazione Centrale dei Campi Correttivi di Lavoro” (in russo, Glavnoye Upravleniye Lagerey). È impossibile stabilire quel fu il numero definitivo di Gulag, composto da centinaia di campi principali e migliaia di sottosezioni, colonie e insediamenti speciali sparsi su tutto il territorio dell’Urss. Il Gulag è paradossalmente il modello cui tende il globalismo post industriale.
[10] La Čeka (abbreviazione di ЧК, pronuncia “Checka”) fu il primo servizio segreto sovietico, istituito il 20 dicembre 1917 da Lenin e Feliks Ėdmundovič Dzeržinskij. Nel 1922 divenne GPU (Direttorato Politico di Stato), poi NKVD, KGB e infine all’attuale FSB. Il KGB, creato nel 1954, fu “spada e scudo del Partito comunista”, una delle “tre colonne” dell’Urss. Era diviso in venti direzioni, operando a 360 gradi nella ricerca delle informazioni, nell’infiltrazione all’estero, sorveglianza e repressione dei dissidenti ovunque operanti. Il KGB ereditò e perfezionò scopi e metodi del Cominform.
[11] Giorgio Conforto (Roma 10 luglio 1908, morto in data e località sconosciute). Ebbe i crismi dell’ufficiale di collegamento fra il KGB e il PCI, con la sua rete occulta. Operò con vari nomi in codice (Dario, Bask, Spartak, Gau, Chestnyy e Gaudemus). Sua figlia Giuliana ospitò due brigatisti delle Brigate Rosse, Morucci Valerio e Faranda Adriana, che si fecero catturare nel 1979, con le presunte armi dei BR che avrebbero ucciso Aldo Moro, consacrando i BR protagonisti, mentre furono burattini.
[12] https://www.academia.edu/128521427/Relazione_su_Licio_Gelli_del_Centro_Controspionaggio_di_Firenze_datata_29_settembre_1951
[13] Piero Sansonetti “Tangentopoli fu un colpo di Stato, la rivelazione del Pm Colombo del pool di Mani Pulite”, Il Riformista 5 aprile 2023
[14] P. Laporta cit. pagine 191-218 https://pierolaporta.it/stato-omertoso-e-golpista/
[15] Cfr. P. Laporta cit. pagine 191-218 e cap.
[16] La “dottrina Breznev” fu messa in discussione nonostante (o proprio per) la repressione della Primavera di Praga ad agosto 1968. Richard Nixon e di Gerald Ford si misero in allarme a causa di Praga, così come Henry Kissinger e più tardi Donald Reagan: l’Urss non dette segni d’evoluzione democratica, tutt’altro.
[17] Ordine, decreto, editto emanato dallo zar o dal governo imperiale russo.
[18]La crisi degli ostaggi (1979-1981) compromise la presidenza di Carter e gli costò la rielezione. Il 4 nov. 1979 “studenti” iraniani assalirono l’ambasciata USA a Teheran, sequestrando 66 diplomatici (52 dei quali, ostaggi per 444 giorni). Chiedevano l’estradizione dello Shah, rifugiato negli USA dopo l’ascesa di Khomeini, rifugiato a Parigi.
[19] Il KGB diretto da Yuri Andropov e il GRU dal leggendario Piotr Ivashutin.
[20] Daniéle et Pierre de Villemarest “Le KGB au Coeur du Vatican”, Édition de Paris, 2006
Vito Sibilio “Dal Caso Moro al Processo Andreotti: Moro, Dalla Chiesa, Falcone, Andreotti. Indagine sui misteri d’Italia”, 2025 Amazon
Vito Sibilio “L’attentato a Giovanni Paolo II e la Guerra Fredda: Una ricostruzione dei fatti-Quinta Edizione” 2016,
Vito Sibilio “La Pista Rossa del Caso Moro”, 2020 Amazon
[21]Per l’adesione italiana al Sistema Monetario Europeo (SME), in vigore dal 13 marzo 1979.
[22] Colpi mortali: 1) Tangentopoli e Trattato di Maastricht; 2) Fine dell’IRI; 3) Capaci e via D’Amelio; 4) guerre balcaniche e africane, pagate dall’Italia con la speculazione sulla lira da marzo a settembre 1992.
[23] Così disse Lenin molto cinico, invertendo la definizione di von Clausewitz:”La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi.” Morto il comunismo, il leninismo è paradossalmente diventato la politica moderna: gruppi di criminali, ben finanziati, pronti a qualunque nefandezza, possono prendere il potere, corrompendo, ricattando, uccidendo singoli o masse, senza freni. Quanti vagheggiano un governo mondiale sono neoleninisti. Per fortuna si dilaniano reciprocamente, per ora.
[24] In seguito alla crisi dei missili di Cuba del 1962, USA e Urss dovettero fronteggiare il rischio d’un conflitto nucleare. La c.d. “distensione” fu una politica apparentemente bilaterale, riconoscendo l’interdipendenza strategica tra USA e URSS, per trovare attraverso la diplomazia e i legami commerciali una forma di “coesistenza pacifica”. Furono firmati trattati importanti come gli accordi SALT per limitare fabbricazione, schieramento e utilizzo delle armi nucleari.
[25] Piero Laporta “PATTO DI VARSAVIA – PIANI DI INVASIONE DELL’ITALIA E DELL’EUROPA” Academia.edu
[26]https://www.academia.edu/128521427/Relazione_su_Licio_Gelli_del_Centro_Controspionaggio_di_Firenze_datata_29_settembre_1951