QUANDO IL DOLLARO PERSE L’ORO E CONQUISTÒ IL PETROLIO

Nel 1973 il petrolio sembrò sul punto di mettere in ginocchio il dollaro. Accadde il contrario: la rottura con l’oro e lo shock petrolifero posero il dollaro al centro della finanza mondiale. L’Unione Sovietica ebbe una grande, irripetibile occasione di utilizzare bene gli enormi profitti del petrolio. La gettò via e la storia cambiò strada, diversa fino al crollo nel 1991 e oltre.

SINTESI

Il saggio ricostruisce il passaggio dall’ordine monetario di Bretton Woods al sistema internazionale fondato sul dollaro non più convertibile in oro, collegandolo alla crisi energetica del 1973 e alla successiva espansione dei petrodollari. La fine del Gold Exchange Standard, la crescita del mercato degli eurodollari e il passaggio ai cambi fluttuanti crearono un nuovo ambiente finanziario nel quale lo shock petrolifero trasferì enormi risorse verso i Paesi produttori. Il loro riciclaggio non fu soltanto un fenomeno spontaneo di mercato: accordi politico-finanziari, in particolare fra Stati Uniti e Arabia Saudita, contribuirono a ricondurre quei surplus verso il circuito finanziario occidentale e i titoli
americani, rafforzando la centralità internazionale del dollaro dopo la perdita del vincolo aureo. Il fenomeno ebbe effetti differenti sull’Europa, sui Paesi indebitati e sull’Unione Sovietica. Per Mosca, la rendita petrolifera fornì valuta forte indispensabile per importare cereali, tecnologia e beni industriali, attenuando le inefficienze dell’economia pianificata ma contribuendo anche a rinviare riforme strutturali e a sostenere una competizione militare sempre più onerosa.
Ne emerge non una successione causale lineare, ma un sistema di concause e retroazioni nel quale  moneta, energia, finanza, inflazione e strategia militare concorsero a trasformare profondamente l’economia mondiale degli anni Settanta e a preparare la conflittualità che accompagnò USA e URSS fino al crollo di quest’ultima.

Sommario

  1. Bretton Woods: l’ordine del dollaro convertibile
  2. La contraddizione che precede il 1973
    2.1. Perché la politica monetaria americana divenne più inflazionistica

2.2. Come crebbe la massa di dollari detenuta fuori dagli Stati Uniti

2.3. Eurodollari: la moltiplicazione bancaria del dollaro fuori dall’America

2.4. Il vincolo dell’oro e la sfida di de Gaulle

  1. Il ponte fra crisi monetaria e petrolio: 1971–1972
  2. Yom Kippur: dalla guerra alla “oil weapon”
  3. Il vero “dopo Bretton Woods”: petrodollari, banche e debito
    5.1. L’URSS: rendita energetica, priorità militare e occasione mancata
  1. Il riflesso italiano
  2. Cronologia essenziale
  3. Valutazione conclusiva

Appendice A – Il petrolio e la spesa militare sovietica, 1973–1980

  1. Bretton Woods: l’ordine del dollaro convertibile

La conferenza di Bretton Woods, tenuta nel luglio 1944 con 44 Paesi partecipanti, costruì un sistema di cambi fissi ma aggiustabili. Le
monete aderenti erano ancorate al dollaro e il dollaro, per le autorità monetarie estere, restava convertibile in oro al prezzo ufficiale di 35 dollari per oncia. Da quel compromesso nacquero anche il Fondo monetario internazionale e la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo
Sviluppo, nucleo della futura Banca Mondiale.1

Sul piano negoziale prevalse in larga parte l’impostazione americana di Harry Dexter White rispetto al progetto più ambizioso di John Maynard Keynes. Il vantaggio statunitense era strutturale: nel dopoguerra gli Stati Uniti disponevano d’una quota dominante delle riserve auree e d’una capacità produttiva senza equivalente. Il sistema funzionava finché il resto del mondo aveva fiducia nella possibilità di convertire
i dollari ufficiali in oro.

  1. La contraddizione che precede il 1973: inflazione, dollari offshore e oro

Negli anni Sessanta la crisi di Bretton Woods nacque dall’incrocio di due dinamiche. La politica economica e monetaria statunitense divenne
più inflazionistica proprio mentre il dollaro doveva restare credibile come equivalente dell’oro; nello stesso tempo, investimenti, prestiti, aiuti e spese americane all’estero alimentavano una massa crescente di crediti in dollari detenuti fuori dagli Stati Uniti. Il problema non riguardava dunque soltanto le banconote, ma l’insieme delle passività in dollari detenute da banche, imprese e autorità monetarie straniere.2

2.1. Perché la politica monetaria americana divenne più inflazionistica

L’inflazione americana precedette la fine di Bretton Woods: non fu creata dal “Nixon Shock”. Dalla metà degli anni Sessanta Washington perseguì simultaneamente piena occupazione, programmi della Great Society e il finanziamento della guerra del Vietnam. Gli squilibri
fiscali interagirono con una politica monetaria a lungo accomodante e con la convinzione, allora influente, che un po’ più d’inflazione
potesse essere tollerato in cambio di minore disoccupazione. Sarebbe tuttavia troppo lineare ridurre la Great Inflation a una sola leva:
rigidità di salari e prezzi, aspettative inflazionistiche, dati imperfetti, shock dell’offerta alimentare ed energetica e i controlli su salari e prezzi contribuirono, in tempi diversi, ad amplificare o rendere persistente il fenomeno. La ricostruzione storica della Federal Reserve colloca  comunque l’inizio della Great Inflation nel 1965 e ne individua la sorgente ultima in politiche che permisero una crescita eccessiva dell’offerta di moneta; lo shock petrolifero del 1973 aggiunse poi una forte componente “cost-push” a un’inflazione già avviata. 3

Il nesso con Bretton Woods è essenziale. Finché la convertibilità ufficiale rimaneva operativa, una politica troppo espansiva poteva tradursi in deficit esterni, accumulo di dollari presso le autorità straniere e richieste di conversione in oro. L’uscita di oro dalle riserve americane  costituiva quind’un vincolo esterno: avrebbe dovuto spingere la Federal Reserve verso tassi più alti e una politica più restrittiva. Dopo il 15  agosto 1971 quel particolare meccanismo disciplinare venne meno. Ciò non rendeva inevitabile l’inflazione, ma eliminava la possibilità per una banca centrale straniera di presentare i dollari al Tesoro americano e pretendere l’oro al prezzo ufficiale.

2.2. Come crebbe la massa di dollari detenuta fuori dagli Stati Uniti

L’espressione “dollari all’estero” non deve far pensare soprattutto a banconote spedite oltre Atlantico. Nella maggior parte dei casi si trattava di crediti bancari, depositi, titoli e riserve ufficiali denominati in dollari. Quando il governo americano pagava truppe, basi, forniture o aiuti all’estero; quando un’impresa statunitense investiva in Europa; quando una banca americana concedeva un prestito a un non residente; oppure quando un residente americano acquistava un’attività estera, il beneficiario riceveva normalmente una disponibilità in dollari  registrata nei conti del sistema bancario. Quella disponibilità poteva poi restare fuori dagli Stati Uniti come deposito o essere trasferita alla banca centrale del Paese interessato.

È importante distinguere il saldo commerciale dalla bilancia complessiva dei pagamenti. All’inizio degli anni Sessanta gli Stati Uniti potevano ancora presentare un avanzo nelle partite correnti e, nello stesso tempo, un deficit complessivo: i forti investimenti privati americani in  Europa, le spese militari oltremare, gli aiuti e altri movimenti di capitale facevano uscire più dollari di quanti ne rientrassero attraverso quelle voci. La Federal Reserve ricorda espressamente che, dopo la piena convertibilità del 1958, gli Stati Uniti continuarono per un periodo ad avere surplus correnti, mentre i grandi investimenti in Europa produssero deficit complessivi e fuoriuscite d’oro.4

2.3. Eurodollari: la moltiplicazione bancaria del dollaro fuori dall’America

Su questa base si sviluppò il mercato degli eurodollari. Un eurodollaro non è una moneta diversa dal dollaro: è, in senso classico, un deposito denominato in dollari presso una banca situata fuori dagli Stati Uniti. Londra divenne il centro principale del mercato. La Banca
dei Regolamenti Internazionali5 ricorda che già dalla fine degli anni Cinquanta i depositi in dollari cominciarono ad accumularsi presso banche esterne agli Stati Uniti e che, proprio per seguirne l’espansione e le possibili conseguenze monetarie, la BIS avviò negli anni Sessanta le proprie statistiche bancarie internazionali.

Il mercato crebbe perché le banche offshore evitavano costi e vincoli gravanti sugli intermediari domestici americani – limiti ai tassi sui
depositi, riserve obbligatorie e altri oneri – e quindi offrivano rendimenti più alti ai depositanti e condizioni competitive ai debitori.
Nel 1966, la Regulation Q6 divenne particolarmente stringente negli Stati Uniti, anche le banche americane si rivolsero alle sedi londinesi per raccogliere dollari.

Una banca di Londra, ricevuto un deposito in dollari, poteva impiegarlo in un prestito; il pagamento effettuato dal debitore poteva diventare il deposito d’un altro soggetto presso un’altra banca e alimentare nuovo credito.

Schema del circuito: uscita di dollari per spese,
investimenti o prestiti americani → credito in dollari a un soggetto
estero → deposito presso una banca o una banca centrale → reimpiego nel
mercato eurodollaro → nuovi prestiti e nuovi depositi denominati in
dollari. Il circuito amplia il credito offshore, ma non equivale a una
creazione meccanica di riserve della Federal Reserve.

 

Si formava così una rete crescente di depositi e prestiti denominati in dollari che ampliava enormemente l’intermediazione internazionale. Questa dinamica non era un moltiplicatore monetario meccanico, direttamente comandato dalla Federal Reserve: le banche offshore espandevano i propri bilanci attraverso raccolta, prestiti, mercato interbancario e arbitraggio regolamentare, entro vincoli di liquidità,
capitale e rischio di controparte. Creavano crediti e depositi in dollari, non riserve della Federal Reserve. Il regolamento finale delle
posizioni continuava a poggiare sui conti di corrispondenza e, in ultima istanza, sull’infrastruttura monetaria americana; la Fed ne costituiva
l’ancora di regolamento, non il rubinetto diretto di ogni credito eurodollaro.

2.4. Il vincolo dell’oro e la sfida di de Gaulle

Il risultato era il paradosso di Triffin7 : il mondo aveva bisogno di dollari per finanziare commercio e riserve, ma ogni nuovo dollaro detenuto all’estero accresceva le passività potenzialmente convertibili a fronte d’una riserva aurea che non cresceva allo stesso ritmo. Nel 1961, secondo la ricostruzione della Federal Reserve, le pretese in dollari avevano superato il valore dello stock aureo degli USA al prezzo ufficiale. Più il sistema aveva successo distribuendo liquidi, più s’infragiliva la convertibilità.

La contestazione più esplicita venne dalla Francia di Charles de Gaulle. Il 4 febbraio 1965 il presidente francese denunciò il “privilegio” del dollaro e sostenne il ritorno a una base aurea impersonale per i regolamenti internazionali. Parigi passò anche ai fatti, convertendo  sistematicamente in oro una parte crescente dei propri dollari. Nelle memorie di Valéry Giscard d’Estaing compare persino l’idea, attribuita a de Gaulle e rimasta non realizzata, di inviare l’incrociatore Colbert a New York per accelerare il ritiro dell’oro corrispondente ai dollari francesi. L’immagine, poi divenuta popolare, d’una nave fisicamente carica di banconote da consegnare agli Stati Uniti8 in cambio di lingotti è suggestiva ma non documentata: il punto storico accertato è più sostanziale, perché la Francia stava realmente esercitando il diritto di convertibilità a 35 dollari l’oncia e sottraeva oro alle riserve americane.

Il 15 agosto 1971 Richard Nixon chiuse la “gold window”: le banche centrali straniere non avrebbero più potuto trasformare dollari in oro
al prezzo ufficiale. Qui si compie il passaggio cruciale: non è il momento in cui il dollaro diventa moneta a corso legale — lo era già — ma quello in cui perde, sul piano monetario internazionale, l’ancoraggio contrattuale all’oro e diventa pienamente fiat money, moneta fiduciaria non convertibile in una quantità fissa di metallo. Lo Smithsonian Agreement del dicembre 1971 tentò ancora di salvare parità fisse con un
dollaro svalutato, ma durò poco; nel febbraio 1973 il dollaro fu nuovamente svalutato e nel marzo seguente le principali valute passarono
al flottante. Al Gold Exchange Standard succedette così, de facto, un dollar standard privo di convertibilità aurea: il dollaro restò principale unità di conto, riserva e mezzo di regolamento internazionale senza promettere oro. Il flottante non fu una conseguenza automatica della moneta fiat, bensì dell’abbandono delle parità e di successive scelte politiche; gli accordi della Giamaica del 1976 e il Secondo Emendamento degli Articles of Agreement del FMI, entrato in vigore nel 1978, legalizzarono la libertà degli Stati di scegliere il proprio regime di cambio e ridussero formalmente il ruolo monetario dell’oro. In termini operativi, Bretton Woods era finito mesi prima della guerra dello Yom Kippur. 9

  1. Il ponte fra crisi monetaria e petrolio: 1971–1972

Qui sta un passaggio spesso trascurato. La rottura monetaria colpì direttamente i Paesi produttori di petrolio perché i prezzi di riferimento del greggio del Golfo erano già denominati in dollari. La svalutazione americana riduceva quindi il potere d’acquisto internazionale delle loro entrate. Il 20 gennaio 1972, con l’accordo di Ginevra, i membri OPEC del Golfo ottennero dalle compagnie un aumento dei “posted prices” dell’8,49 per cento e un meccanismo di aggiustamento legato ai cambi. Il documento CIA coevo collega esplicitamente la rivendicazione alla sospensione della convertibilità del 15 agosto 1971 e alla successiva svalutazione del dollaro.10

Questo non significa che la fine di Bretton Woods “causò” la guerra del 1973. Significa, però, che quando la guerra scoppiò il rapporto fra
produttori petroliferi e sistema monetario occidentale era già stato politicizzato anche dalla perdita di valore reale delle entrate denominate in dollari. La questione del prezzo del petrolio e quella del dollaro si erano già incontrate prima dello Yom Kippur.

  1. Yom Kippur: dalla guerra alla “oil weapon”

Il 6 ottobre 1973 Egitto e Siria attaccarono Israele; il cessate il fuoco si consolidò il 26 ottobre. Fin dalle prime ore Washington considerò molto alta la probabilità d’un embargo petrolifero e incaricò la CIA di valutarne l’impatto.11  Il 17 ottobre i Paesi arabi dell’OAPEC decisero riduzioni progressive della produzione, almeno del 5 per cento al mese, legandole al ritiro israeliano dai territori occupati e alla questione palestinese.
Parallelamente, i membri del Golfo dell’OPEC aumentarono unilateralmente il prezzo del greggio del 70 per cento, da 3,01 a 5,12 dollari al
barile; seguirono embarghi o minacce di embargo contro gli Stati Uniti e altri Paesi considerati sostenitori di Israele.12

Entro il 23 dicembre 1973 il prezzo medio del greggio dei principali esportatori era salito a circa 11 dollari al barile, quasi quattro volte il livello d’inizio ottobre. La guerra fu dunque l’innesco geopolitico d’una trasformazione dei rapporti di forza già preparata dall’ascesa dell’OPEC, dalla crescente domanda mondiale e dal deterioramento monetario del dollaro.13

Per Israele la crisi conteneva inoltre una lezione strategica che andava oltre il campo di battaglia. Nell’ottobre 1973 il conflitto arabo-israeliano fu utilizzato dai produttori arabi come moltiplicatore politico della leva petrolifera: embargo e tagli produttivi furono esplicitamente collegati al ritiro israeliano e alla questione palestinese (della quale, in realtà, gl’importava poco o nulla). Da quel momento Israele aveva quind’un interesse ulteriore a evitare che una propria guerra diventasse il “booster” d’una nuova impennata del greggio e, con essa, d’una pressione economica mondiale capace di ricadere sugli stessi alleati occidentali. Questa è una lettura strategica degli effetti del 1973, non la citazione d’una dottrina israeliana formalmente enunciata in questi termini (non enunciabile, d’altronde).14

  1. Il vero “dopo Bretton Woods”: petrodollari, banche e debito

Lo shock trasferì in tempi brevissimi enormi risorse dai Paesi importatori ai produttori. Nel 1974 il surplus di conto corrente dei maggiori esportatori di petrolio raggiunse circa 68 miliardi di dollari; i deficit corrispondenti si concentrarono nei Paesi industriali e, in misura ancora più pesante, nei Paesi in via di sviluppo importatori di petrolio.15 Quei surplus dovevano essere reinvestiti, ma la loro destinazione non fu soltanto il risultato spontaneo del mercato. Una parte passò attraverso istituzioni ufficiali: il FMI creò nel 1974 una “Oil Facility”, che tra il 1974 e il 1976 prestò 2,4 miliardi di dollari a 45 Paesi. Una parte crescente del riciclaggio transitò inoltre attraverso banche internazionali, che raccolsero depositi dei Paesi esportatori e li trasformarono in prestiti, soprattutto verso economie emergenti. Parallelamente Washington costruì deliberatamente un canale politico-finanziario con l’Arabia Saudita. Un memorandum del 5 giugno 1974 collegava esplicitamente petrolio, investimenti e politica monetaria e proponeva una relazione finanziaria riservata e privilegiata; l’8 giugno fu istituita la U.S.-Saudi Arabian Joint Commission on Economic Cooperation, affiancata da una commissione di cooperazione in materia di sicurezza. In luglio il segretario al Tesoro William Simon riferì a Nixon che avrebbe cercato un impegno saudita a collocare fondi in titoli statunitensi a breve e lungo termine. Il GAO descrisse poi fra gli scopi della Commissione proprio il rafforzamento dei legami politici attraverso la cooperazione economica e il riciclaggio dei petrodollari. Mercato e decisione politica operarono quindi insieme. Da questo circuito passa anche una delle linee che condurranno, con il successivo aumento dei tassi americani, alla crisi del debito latinoamericano degli anni Ottanta. 16

Il riciclaggio dei petrodollari non nacque dunque su un terreno vuoto. Nel 1973–74 trovò già pronta l’infrastruttura costruita negli anni precedenti dal mercato eurodollaro: banche abituate a raccogliere dollari fuori dagli Stati Uniti, a trasferirli fra piazze finanziarie e a prestarli a soggetti pubblici e privati di altri Paesi. Lo shock petrolifero moltiplicò la dimensione del circuito: i Paesi importatori dovettero procurarsi più dollari per pagare il greggio; i produttori accumularono enormi eccedenze in dollari; quelle eccedenze tornarono in larga misura nel sistema bancario internazionale e nei mercati finanziari occidentali. Il mercato fornì, per così dire, le tubature; la politica contribuì a  indirizzare e rendere stabile una parte decisiva dei flussi, soprattutto nel rapporto con Riyadh. Non vi è quindi alternativa fra “riciclaggio spontaneo” e “riciclaggio politico”: il primo descrive il meccanismo d’intermediazione, il secondo la scelta strategica di consolidarne direzione, sicurezza e sbocchi. La BIS considera espressamente il riciclaggio dei petrodollari uno degli usi storici delle statistiche create per seguire i mercati bancari internazionali. 17

È quindi corretto parlare di “petrodollari” come flusso finanziario; è meno corretto immaginare un nuovo sistema monetario formalmente
equivalente a Bretton Woods, nel quale l’oro sarebbe stato semplicemente sostituito dal petrolio. Il greggio del Golfo era già prezzato in
dollari prima del 1973 e la documentazione pubblica disponibile non prova un trattato del giugno 1974 che abbia imposto ex novo
l’esclusività del dollaro per tutte le vendite saudite. Ciò che le fonti documentano con chiarezza è più solido: nel 1974 Washington e Riyadh
saldarono più strettamente politica petrolifera, sicurezza, cooperazione economica e reinvestimento dei surplus, mentre gli Stati Uniti cercavano esplicitamente di attrarre capitali sauditi verso attività e titoli americani. Il petrolio non divenne la nuova “copertura” del dollaro;
contribuì però, insieme alla profondità dei mercati finanziari statunitensi e al circuito eurodollaro, a rafforzarne la domanda e la
centralità dopo la perdita del vincolo aureo. 18

5.1. L’URSS: rendita energetica, priorità militare e occasione mancata

Lo shock ebbe anche un beneficiario esterno al fronte arabo: l’Unione Sovietica. Mosca è un grande produttore ed esportatore di petrolio e
l’aumento dei prezzi mondiali accrebbe bruscamente il valore delle sue vendite in valuta pregiata. Una valutazione della CIA stimò che nel 1974
gli introiti sovietici da petrolio fossero quasi raddoppiati, fino ad almeno 2,5 miliardi di dollari. Quella valuta forte non era un’aggiunta
marginale. La dipendenza sovietica dalle importazioni agricole  occidentali era già emersa prima dello shock: nel 1972 Mosca acquistò
circa 25 milioni di tonnellate di cereali e soia per quasi 1,6 miliardi di dollari e, nel biennio 1972–73, comprò dall’Occidente circa 37
milioni di tonnellate di grano, di cui circa 25 milioni dagli Stati Uniti. La CIA osservò che, senza quelle importazioni, sarebbero stati
necessari sensibili sacrifici nei consumi. I proventi energetici non crearono dunque il deficit agricolo sovietico, che li precedeva; dal
1974 resero però molto più sostenibile il ricorso ricorrente a cereali, mangimi e altri alimenti occidentali, oltre all’acquisto di impianti,
tubi, macchinari e tecnologia. In questo senso la rendita petrolifera divenne una componente essenziale del meccanismo con cui il Cremlino
poteva attenuare le strozzature alimentari e industriali senza correggerne le cause strutturali.

Il punto non è sostenere che ogni dollaro petrolifero fosse contabilmente destinato alle Forze armate. Il meccanismo fu più importante e più indiretto, e qui compare il vero collo di bottiglia sovietico. L’idea d’una guerra europea da risolvere con una rapidissima offensiva aveva radici nella postura militare del dopoguerra e rimase centrale nella pianificazione sovietica; non è però documentariamente prudente trasformarla in un unico piano immutato, attribuito a Stalin e rimasto identico fino al 1991. Ciò che è documentato basta comunque a definire la scala dell’ambizione: un memorandum CIA del 1968 descriveva un’avanzata rapida attraverso la Germania occidentale fino alla Manica;
una stima del 1971 parlava della presa dell’Europa occidentale “within a few weeks”; un’analisi del 1977 attribuiva alla dottrina sovietica una
campagna offensiva di teatro della durata di circa due settimane, destinata a distruggere rapidamente il potenziale NATO e a travolgere
Germania Federale, Benelux e Danimarca. Le analisi successive ne mostravano insieme i limiti: l’apertura simultanea di grandi offensive
sui settori centrale e di fianco avrebbe sovraccaricato trasporto aereo, aviazione, logistica e comando; perfino grandi operazioni aviotrasportate contemporanee contro gli Stretti danesi e quelli turchi erano giudicate non sostenibili nella prima settimana. La formula
“all’Atlantico in due settimane” fu solo un sogno.

Qui emerge l’occasione mancata. Il rincaro del petrolio offrì all’URSS un margine finanziario che avrebbe potuto accelerare la modernizzazione dell’apparato produttivo, migliorare infrastrutture e agricoltura, aumentare quantità e qualità dei beni di consumo e, soprattutto, affrontare le rigidità del sistema con riforme più profonde. Accadde in larga misura il contrario: una quota della nuova valuta forte fu assorbita da  importazioni indispensabili — il grano in primo luogo — che evitarono o attenuarono carenze immediate, mentre la rendita energetica consentì di non sciogliere il nodo fra consumi, modernizzazione e potenza militare. Secondo Gur Ofer19 le crisi energetiche del 1973 e del 1979 produssero vantaggi economici temporanei per l’Unione Sovietica, contribuendo a nascondere la reale situazione economica e rinviando le riforme necessarie. La CIA rilevava nello stesso periodo che i dirigenti sovietici non si comportavano come se il costo fosse un vincolo primario nelle decisioni militari e che la difesa assorbiva quote eccezionali di produzione industriale, meccanica, capacità scientifica e risorse manageriali. La dissipazione non consiste dunque nell’aver comprato grano: quelle importazioni erano necessarie, ma nell’aver usato la rendita esterna per rendere contemporaneamente sopportabili il deficit agricolo e un apparato militare costruito per una strategia continentale estremamente esigente, rinviando la scelta fra potenza e riforma. Il petrolio comprò tempo al sistema, ma non produttività; quando il margine energetico e valutario si restrinse, il collo di bottiglia tornò visibile. 20

  1. Il riflesso italiano

Per l’Italia la sovrapposizione delle due crisi fu particolarmente pesante: lira debole e fluttuante, forte dipendenza dalle importazioni
energetiche, inflazione già elevata e peggioramento dei conti con l’estero. Una ricostruzione della Banca d’Italia rileva che il disavanzo
commerciale passò da circa 1.700 miliardi di lire nel secondo semestre 1973 a circa 4.000 miliardi nel primo semestre 1974; fra dicembre e
marzo i prezzi al consumo aumentarono a un ritmo annualizzato del 26 per cento. La crisi petrolifera non creò da sola le fragilità italiane, ma
le amplificò violentemente.21

La conseguenza strategica fu duplice. Da un lato l’Europa scoprì quanto una dipendenza energetica potesse tradursi in vulnerabilità
diplomatica; dall’altro, la gestione dei deficit e dei nuovi flussi di capitale divenne parte integrante della sicurezza economica occidentale.
Il problema non era più soltanto “quanto costa il petrolio”, ma chi controlla l’offerta, in quale moneta è regolata, dove vengono reinvestiti i ricavi e chi finanzia gli squilibri che ne derivano.

  1. Cronologia essenziale
DataPassaggio
1–22 luglio 1944Conferenza di Bretton Woods: nasce il nuovo ordine monetario
internazionale.
1958Il sistema diventa pienamente operativo con la convertibilità delle
principali valute.
fine anni 1950–anni 1960Cresce il mercato degli eurodollari: depositi e crediti in dollari
presso banche fuori dagli Stati Uniti.
dal 1965Accelera la “Great Inflation” americana; la politica monetaria
diventa troppo espansiva rispetto alla stabilità dei prezzi e al vincolo
esterno dell’oro.
4 febbraio 1965De Gaulle contesta il privilegio del dollaro; la Francia intensifica
la conversione delle riserve in oro.
15 agosto 1971Nixon sospende la convertibilità ufficiale del dollaro in oro.
18 dicembre 1971Smithsonian Agreement: tentativo di salvare parità fisse con un
dollaro svalutato.
20 gennaio 1972Accordo di Ginevra: i produttori OPEC del Golfo compensano la
perdita di potere d’acquisto dovuta alla svalutazione del dollaro.
febbraio–marzo 1973Nuova svalutazione del dollaro e passaggio delle principali valute
al flottante: fine effettiva di Bretton Woods e consolidamento d’un
dollar standard de facto privo di convertibilità aurea.
6 ottobre 1973Inizio della guerra dello Yom Kippur.
17 ottobre 1973OAPEC decide tagli produttivi; forti aumenti del prezzo del greggio
e avvio della leva dell’embargo.
23 dicembre 1973Prezzo del greggio quasi quadruplicato rispetto all’inizio di
ottobre.
1974Riciclaggio dei petrodollari: i surplus si innestano sul mercato
eurodollaro; il FMI crea la Oil Facility. L’8 giugno nasce la Joint
Commission USA-Arabia Saudita; Washington cerca di attrarre una quota
rilevante dei surplus sauditi verso attività e titoli statunitensi.
1974–anni SettantaIl rincaro del petrolio aumenta le entrate sovietiche in valuta
forte: esse sostengono importazioni di grano, tecnologia e impianti e
rendono più sopportabile il costo-opportunità della priorità militare,
rinviando riforme strutturali.

 

  1. Valutazione conclusiva
  • Bretton Woods morì per contraddizioni monetarie interne al
    sistema, non per la guerra arabo-israeliana del 1973; la sequenza
    successiva va tuttavia letta come un sistema di concause e retroazioni,
    non come una catena causale a senso unico.
  • La svalutazione del dollaro aveva però già aperto, dal 1971–72,
    un contenzioso diretto con i produttori petroliferi sul valore reale
    delle loro entrate.
  • Lo Yom Kippur offrì ai produttori arabi l’occasione politica per
    trasformare il petrolio in strumento di pressione strategica e accelerò
    la redistribuzione del reddito mondiale.
  • Il riciclaggio dei petrodollari contribuì a consolidare la
    centralità finanziaria del dollaro dopo la perdita del vincolo aureo:
    l’infrastruttura eurodollaro fornì il meccanismo di mercato, mentre la
    politica statunitense — in particolare nel rapporto con l’Arabia Saudita
    — contribuì a orientare e stabilizzare una parte decisiva dei surplus
    verso attività in dollari e titoli americani. Non nacque, tuttavia, un
    nuovo “gold standard del petrolio”.
  • Per l’Europa e soprattutto per l’Italia, 1973 significa quindi
    sovrapposizione di tre vulnerabilità: moneta, energia e bilancia dei
    pagamenti. È questa sovrapposizione, più che un singolo evento, a
    segnare la cesura storica.
  • Il 1973 mostrò a Israele che il conflitto mediorientale poteva
    essere trasformato dai produttori arabi in una leva energetica globale,
    capace di moltiplicare il costo politico ed economico della
    guerra.
  • L’aumento del prezzo del petrolio rafforzò contemporaneamente la
    posizione dell’URSS e le fornì la valuta forte necessaria per sostenere
    importazioni agricole e tecnologiche che compensavano inefficienze
    strutturali. Proprio qui si manifestò il collo di bottiglia: un’economia
    costretta a comprare grano in Occidente continuava a destinare risorse
    eccezionali a un apparato militare concepito per una campagna europea
    rapidissima e di scala continentale. La rendita energetica comprò tempo,
    attenuò le carenze e rinviò la scelta fra potenza militare e
    modernizzazione civile; per questo il dividendo petrolifero fu insieme
    vantaggio strategico e occasione mancata.
  • L’espansione della massa di dollari fuori dagli Stati Uniti fu
    soprattutto un fenomeno di bilanci bancari e di crediti internazionali,
    non di circolazione materiale di banconote: il mercato eurodollaro è la
    cerniera fra la crisi di Bretton Woods e il successivo riciclaggio dei
    petrodollari. La creazione di credito offshore non va però confusa con
    una moltiplicazione meccanica di riserve della Federal Reserve: i
    bilanci eurodollaro avevano dinamiche proprie, pur restando ancorati al
    sistema di regolamento in dollari.
  • La chiusura della gold window non “inventò” l’inflazione
    americana, già in accelerazione dalla metà degli anni Sessanta, né
    trasformò allora il dollaro in moneta a corso legale, qualità già
    posseduta. Recise invece il nesso ufficiale dollaro-oro e aprì il
    passaggio dal Gold Exchange Standard a un dollar standard de facto
    fondato su fiat money; il collasso delle parità nel marzo 1973 portò al
    flottante, poi legalizzato sul piano del FMI con la riforma della
    Giamaica e il Secondo Emendamento del 1978.

APPENDICE A

Il petrolio e la spesa militare sovietica, 1973–1980

Entrate da petrolio in valuta convertibile a confronto con le stime CIA “dollar cost” della spesa militare sovietica

La tabella confronta, anno per anno dal 1973 al 1980, gli incassi sovietici da esportazioni petrolifere in valuta convertibile con le
stime della CIA sul costo “equivalente in dollari” dell’attività militare sovietica. Le celle con nota a piè di pagina riportano dati
desunti direttamente da documenti CIA desecretati; le celle senza nota (1973, 1977 e 1978 per la spesa militare) sono stime interpolate fra i
punti noti, poiché i rapporti CIA relativi a quegli anni non sono stati reperiti.

AnnoEntrate petrolio in valuta convertibileSpesa militare URSS – “dollar cost” CIANatura del dato
19731,25 mld $22~85 mld $petrolio: diretto · difesa: stimato
1974~3,0 mld $23oltre 93 mld $ (prezzi 1973)24petrolio: proiezione CIA · difesa: diretto
19753,176 mld $25114 mld $ (prezzi 1974)26entrambi diretti
19764,514 mld $27118–120 mld $ (prezzi 1975)28entrambi diretti
19775,275 mld $29~135 mld $petrolio: diretto · difesa: stimato
19785,716 mld $30~150 mld $petrolio: diretto · difesa: stimato
19799,558 mld $31165 mld $32entrambi diretti
198012,028 mld $33175 mld $34entrambi diretti
Totale≈ 44,5 mld $≈ 1.035–1.040 mld $

 

Le stime “dollar cost” rappresentano il costo che le forze e i programmi sovietici avrebbero avuto se sviluppati, acquistati e gestiti
negli Stati Uniti; non sono bilanci sovietici reali né conversioni valutarie dirette dal rublo. Le entrate petrolifere, al contrario, sono
incassi effettivi in valuta pregiata. Sommando le due colonne emerge che il petrolio coprì, nell’intero periodo, circa il 4–4,5% del costo
cumulato attribuito allo sforzo militare sovietico.

 

  1. Federal Reserve History, “Creation of the Bretton Woods
    System” e “Launch of the Bretton Woods System”: conferenza del 1944,
    struttura dei cambi e convertibilità del dollaro a 35 dollari l’oncia.
    https://t.ly/XMx-A; https://t.ly/QQtme
  2. Federal Reserve History, “Nixon Ends Convertibility of
    U.S. Dollars to Gold and Announces Wage/Price Controls” e “The Great
    Inflation”: crescita dei dollari detenuti all’estero, insufficienza
    dell’oro e crisi della convertibilità. https://t.ly/L5Gi7 ;
    https://t.ly/JnF2z
  3. Federal Reserve History, “The Great Inflation”:
    l’inflazione statunitense sale dalla metà degli anni Sessanta; la
    ricostruzione attribuisce l’origine del fenomeno a politiche che
    consentirono una crescita eccessiva dell’offerta di moneta e richiama
    Great Society, Vietnam, piena occupazione ed “even-keel” nella gestione
    monetaria. https://t.ly/bNW0R Nella stessa ricostruzione della Federal
    Reserve la dinamica della Great Inflation comprende anche squilibri
    fiscali, shock alimentari ed energetici, controlli su salari e prezzi,
    errori di misurazione e il progressivo incorporarsi dell’inflazione
    nelle aspettative; ciò consente di distinguere l’origine monetaria dalla
    successiva persistenza e amplificazione del fenomeno.
  4. Federal Reserve History, “Launch of the Bretton Woods
    System”: dopo la piena convertibilità del 1958 gli Stati Uniti
    continuarono inizialmente a registrare surplus di conto corrente, ma i
    forti investimenti dei residenti americani in Europa produssero un
    deficit complessivo della bilancia dei pagamenti e intensificarono le
    fuoriuscite d’oro. https://t.ly/25ktP ; cfr. anche FRUS, 1961–1963,
    Supplement, doc. 315, sulle spese militari, gli aiuti e gli investimenti
    privati all’estero. https://t.ly/XzRFN
  5. Bank for International Settlements, “Introduction to BIS
    statistics”, sez. Locational banking statistics: le statistiche BIS
    furono avviate negli anni Sessanta per seguire la crescita dei depositi
    in dollari fuori dagli Stati Uniti e le possibili conseguenze
    dell’espansione monetaria attraverso i mercati eurovalutari.
    https://t.ly/FybVM ; BIS, “Seven decades of international banking”,
    sulla crescita offshore, l’arbitraggio regolamentare e il ricorso delle
    grandi banche USA alle sedi londinesi nel 1966.
    https://www.bis.org/publications/seven-decades-international-banking La
    crescita dell’eurodollaro va intesa come espansione di bilanci bancari
    denominati in dollari e arbitraggio fra giurisdizioni, non come
    applicazione automatica d’un coefficiente di riserva della Federal
    Reserve a ogni prestito offshore.
  6. La Regulation Q era una normativa bancaria statunitense
    introdotta negli anni Trenta, nell’ambito del sistema costruito dopo la
    crisi del 1929. Nel contesto che ci interessa, aveva soprattutto due
    effetti: 1) vietava alle banche statunitensi di pagare interessi sui
    depositi a vista; 2) imponeva tetti ai tassi d’interesse che le banche
    potevano offrire su molti depositi a termine e di risparmio. L’obiettivo originario era limitare una concorrenza aggressiva fra
    banche nella raccolta dei depositi e ridurre comportamenti considerati
    destabilizzanti. Il problema nacque quando, negli anni Sessanta, i tassi di mercato
    salirono sopra i limiti consentiti dalla Regulation Q. A quel punto un
    investitore poteva trovare poco conveniente lasciare dollari in una
    banca americana, mentre una banca di Londra poteva offrirgli un
    interesse maggiore.
  7. Il paradosso di Triffin, o dilemma di Triffin,
    dall’economista belga-americano Robert Triffin. Lo formulò alla fine
    degli anni Cinquanta. Una moneta nazionale che svolga contemporaneamente
    il ruolo di principale moneta di riserva internazionale, come il dollaro
    nel sistema di Bretton Woods: 1) Il mondo ha bisogno di dollari. Per
    finanziare commercio, investimenti e riserve delle banche centrali,
    occorre che molti dollari circolino fuori dagli Stati Uniti. 2) Per
    fornire quei dollari, gli Stati Uniti devono farli uscire. Ciò avviene
    attraverso spese militari all’estero, investimenti, prestiti, aiuti,
    acquisti e, in seguito, anche deficit esterni. 3) 3. Più dollari
    s’accumulano all’estero, meno credibile diventa la promessa di
    convertirli in oro. A Bretton Woods Washington prometteva alle banche
    centrali straniere di convertire i dollari in oro a 35 dollari
    l’oncia.
  8. Charles de Gaulle, conferenza stampa del 4 febbraio
    1965, sulla critica al Gold Exchange Standard e sul ritorno all’oro;
    Federal Reserve, Greenbook, 5 maggio 1965, sulla decisione francese di
    convertire in oro i nuovi introiti in dollari. Sulla proposta non
    realizzata di usare l’incrociatore Colbert per ritirare oro a New York,
    cfr. la ricostruzione che rinvia alle memorie di Valéry Giscard
    d’Estaing. La versione della nave fisicamente carica di banconote non
    risulta sostenuta da fonti primarie. https://t.ly/3y1NC ;
    https://t.ly/HDkV9
  9. U.S. Department of State, Office of the Historian,
    “Nixon and the End of the Bretton Woods System, 1971–1973”: sospensione
    della convertibilità il 15 agosto 1971, Smithsonian Agreement, nuova
    svalutazione a febbraio 1973 e flottante nel marzo 1973.
    https://t.ly/VceMc Federal Reserve History osserva inoltre che, con la
    chiusura della gold window, il sistema monetario internazionale divenne
    in effetti fiat. Per la successiva istituzionalizzazione del flottante:
    IMF, “The IMF and the Silent Revolution” e Articles of Agreement, art.
    IV: l’accordo della Giamaica del gennaio 1976 preparò il Secondo
    Emendamento, in vigore dal 1° aprile 1978, che eliminò il ruolo
    monetario ufficiale dell’oro e riconobbe agli Stati la scelta del regime
    di cambio. https://www.imf.org/external/pubs/ft/silent/index.htm ;
    https://www.imf.org/en/publications/ft/aa/index
  10. U.S. Department of State, Foreign Relations of the
    United States (FRUS), 1969–1976, vol. XXXVI, doc. 110, CIA, “Oil
    Companies Compensate for Dollar Devaluation: The Geneva Agreement”,
    febbraio 1972: prezzi di riferimento denominati in dollari; accordo del
    20 gennaio 1972; aumento dell’8,49%; rapporto esplicito con la
    sospensione della convertibilità e la svalutazione del dollaro.
    https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1969-76v36/d110
  11. U.S. Department of State, FRUS, 1969–1976, vol. XXXVI,
    doc. 209, e vol. XXV, doc. 103: guerra dal 6 ottobre 1973; cessate il
    fuoco accettato entro il 26 ottobre; nelle riunioni WSAG del 6 ottobre
    fu richiesta alla CIA una stima sulla possibilità e sull’impatto d’un
    embargo petrolifero. https://t.ly/LFHk5; https://t.ly/uu8t_
  12. U.S. Department of State, FRUS, 1969–1976, vol. XXV,
    doc. 200, e vol. XXXVI, doc. 223: decisioni OAPEC del 17 ottobre 1973,
    tagli produttivi e misure di embargo; aumento del prezzo del greggio del
    Golfo da 3,01 a 5,12 dollari al barile. https://t.ly/ayZwf;
    https://t.ly/_gk6L
  13. International Monetary Fund, storia istituzionale della
    crisi petrolifera: il 23 dicembre 1973 sei Paesi esportatori aumentarono
    nuovamente il prezzo del greggio fino a una media di circa 11 dollari al
    barile, quasi quattro volte il livello d’inizio ottobre.
    https://www.elibrary.imf.org/display/book/9781451931068/back-1.xml
  14. U.S. Department of State, Office of the Historian, FRUS
    1969–1976, vol. XXXVI, doc. 223, 19 ottobre 1973: l’OAPEC collegò i
    tagli produttivi al ritiro israeliano dai territori occupati e ai
    diritti dei palestinesi; cfr. anche la sintesi “Oil Embargo, 1973–1974”.
    https://t.ly/wky4I; https://t.ly/uA5U6
  15. International Monetary Fund, World Economic Outlook,
    box “Recycling Petrodollars in the 1970s”: nel 1974 il surplus di conto
    corrente dei principali esportatori di petrolio fu di 68 miliardi di
    dollari; i principali corrispondenti furono i deficit dei Paesi
    industriali e dei Paesi in via di sviluppo importatori.
    https://www.elibrary.imf.org/display/book/9781589065499/ch02.xml
  16. International Monetary Fund, “An Oil Facility
    Introduced” e World Economic Outlook, box cit.: Oil Facility istituita
    nel 1974; 2,4 miliardi di dollari prestati a 45 Paesi tra 1974-1976;
    crescente ruolo delle banche private nel riciclaggio dei surplus
    petroliferi. https://t.ly/g-yUh ; https://t.ly/ItQdB Sul versante
    bilaterale USA-Arabia Saudita: FRUS, 1969–1976, vol. XXXVI, doc. 353,
    memorandum Cooper-Saunders a Kissinger, 5 giugno 1974, su rapporto
    speciale, investimenti e politica monetaria; doc. 360, 10 luglio 1974,
    colloquio Nixon-Simon, nel quale Simon dichiara l’intenzione di ottenere
    un impegno saudita a collocare fondi in titoli a breve e lungo termine.
    U.S. GAO, The U.S.-Saudi Arabian Joint Commission on Economic
    Cooperation, ID-79-7, 22 marzo 1979, che include fra le finalità il
    rafforzamento dei legami politici e il riciclaggio dei petrodollari.
    https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1969-76v36/d353 ;
    https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1969-76v36/d360 ;
    https://www.gao.gov/products/id-79-7
  17. Bank for International Settlements, “Introduction to
    BIS statistics”: le statistiche bancarie internazionali consentono di
    seguire anche il riciclaggio dei petrodollari degli esportatori di
    petrolio; cfr. inoltre BIS, “Seven decades of international banking”,
    sulla preesistente struttura offshore dell’intermediazione in dollari.
    https://t.ly/UDyr2 ; https://t.ly/NZ7JJ La preesistenza
    dell’infrastruttura bancaria non esclude dunque la successiva azione
    statale volta a indirizzare parte dei surplus verso specifici mercati e
    attività finanziarie.
  18. Per evitare un equivoco frequente: la documentazione
    statunitense del febbraio 1972 attesta che i “posted prices” del
    petrolio del Golfo erano già denominati in dollari prima dello shock del
    1973; la letteratura del FMI descrive invece il “petrodollar recycling”
    come il successivo reinvestimento dei surplus degli esportatori. FRUS,
    vol. XXXVI, doc. 110; IMF, “Recycling Petrodollars in the 1970s”, fonti
    citate nelle note 10 e 15. La distinzione è essenziale: il documento
    FRUS del febbraio 1972 prova che i posted prices del Golfo erano già
    denominati in dollari; i documenti statunitensi del 1974 provano invece
    la volontà di attrarre gli investimenti sauditi e costruire un rapporto
    speciale su petrolio, finanza e sicurezza. Non emerge dalle fonti
    primarie pubbliche consultate un trattato del giugno 1974 che istituisca
    ex novo l’obbligo esclusivo di fatturazione del petrolio saudita in
    dollari. Cfr. FRUS, vol. XXXVI, docc. 110, 353 e 360; IMF, “Recycling
    Petrodollars in the 1970s”; GAO, ID-79-7.
    https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1969-76v36/d110 ;
    https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1969-76v36/d353 ;
    https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1969-76v36/d360 ;
    https://www.gao.gov/products/id-79-7
  19. Gur Ofer (1934–2022) fu un importante economista
    israeliano, professore alla Hebrew University of Jerusalem, specialista
    dell’economia sovietica e russa. Nato a Gerusalemme nel 1934, studiò
    economia e storia alla Hebrew University e conseguì il Ph.D. in Economia
    ad Harvard. Dal 1968 insegnò alla Hebrew University, dove fu anche
    direttore del Dipartimento di Economia nel 1985–86. I suoi principali
    campi di ricerca furono l’economia dell’URSS, le riforme delle economie
    pianificate, la transizione post-sovietica e, successivamente,
    l’economia sanitaria israeliana. Ofer fu uno dei maggiori sovietologi
    economici occidentali e, dopo il crollo dell’URSS, ebbe un ruolo
    concreto nella formazione della nuova classe di economisti russi. Nel
    1992 partecipò alla fondazione della New Economic School (NES) di Mosca,
    insieme all’economista russo Valerij Makarov, e ne guidò per anni il
    comitato accademico internazionale. La scuola mirava esplicitamente a
    introdurre in Russia una formazione economica sul modello delle migliori
    università occidentali.
  20. CIA, “Impact of Inflation and Recession on the USSR and
    Eastern Europe”, 1975: l’aumento dei prezzi del 1974 fece quasi
    raddoppiare gli introiti petroliferi sovietici, ad almeno 2,5 miliardi
    di dollari. CIA, “The Economic Impact of Soviet Military Spending”,
    1975: il costo dei programmi militari è valutato anche in termini di
    beni e servizi civili sacrificati e viene sottolineato il forte
    assorbimento di produzione industriale, macchinari e risorse tecniche da
    parte della difesa. Gur Ofer, “Comment on Yegor Gaidar”, in Timothy
    Besley e Roberto Zagha (a cura di), Development Challenges in the 1990s,
    World Bank/Oxford University Press, 2005, pp. 72–73: le crisi
    energetiche del 1973 e 1979 produssero benefici economici temporanei per
    l’URSS, contribuirono a mascherare la situazione reale e rinviarono le
    riforme necessarie. https://t.ly/T-lsz ; https://t.ly/Xy0OC ;
    https://t.ly/4yeTt Sul nesso fra alimentazione, valuta forte e rendita
    energetica: CIA, “Some Aspects of Recent Soviet Grain Purchases”, 1972,
    circa 25,2 milioni di tonnellate di cereali e soia acquistate per quasi
    1,6 miliardi di dollari e rischio di sensibili restrizioni dei consumi
    senza importazioni occidentali; CIA, “Soviet Economic and Technological
    Benefits from Detente”, 1974, circa 37 milioni di tonnellate di grano
    acquistate dall’Occidente nel 1972–73, di cui circa 25 milioni dagli
    USA.
    https://www.cia.gov/readingroom/document/cia-rdp85t00875r001700040018-7
    ;
    https://www.cia.gov/readingroom/document/cia-rdp85t00176r000900010002-5
    . Sul concetto operativo: CIA, “Warsaw Pact War Plan for Central Region
    of Europe”, 18 giugno 1968; NIE “Warsaw Pact Forces for Operations in
    Eurasia”, 1971, presa dell’Europa occidentale entro poche settimane;
    CIA, “Warsaw Pact Forces Opposite NATO”, febbraio 1977, campagna di
    teatro di circa due settimane; CIA, valutazione 1979 sulla difficoltà di
    sostenere simultaneamente offensive centrali e di fianco e grandi
    operazioni aviotrasportate contro Stretti danesi e turchi.
    https://www.cia.gov/static/CIA-Analysis-of-the-Warsaw-Pact-Forces-The-Importance-of-Clandestine-Reporting.pdf
    ; https://www.cia.gov/readingroom/docs/1971-09-09.pdf ;
    https://www.cia.gov/readingroom/docs/1977-02-01-A.pdf ;
    https://www.cia.gov/readingroom/docs/1979-01-31b.pdf
  21. Banca d’Italia, Quaderni di Storia Economica, n. 55
    (2025), sez. 5.3, p. 49: forte dipendenza energetica italiana; disavanzo
    commerciale da 1.700 miliardi di lire nel secondo semestre 1973 a 4.000
    miliardi nel primo semestre 1974; prezzi al consumo +26% in ragione
    annua tra dicembre e marzo.
    https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/quaderni-storia/2025-0055/QSE-55.pdf
  22. CIA, “USSR: Trade in Oil and Natural Gas, 1973-74”,
    CIA-RDP85T00875R001900030164-4, 25 ottobre 1974: vendite di petrolio ai
    paesi industrializzati occidentali pari a circa 700.000 barili/giorno
    nel 1973, per un incasso in valuta pregiata di 1,25 miliardi di
    dollari.
  23. Ibid.: proiezione CIA secondo cui, a causa dell’aumento
    dei prezzi mondiali, gli incassi in valuta pregiata dalle vendite di
    petrolio nel 1974 avrebbero potuto raggiungere i 3 miliardi di dollari,
    a parità di volumi esportati rispetto al 1973.
  24. CIA, “Soviet Spending for Defense: A Dollar Cost
    Comparison of Soviet and US Defense Activity”, SR IR 74-7 (1974), in
    FRUS 1969-1976, vol. XXXV, doc. 151: costo in dollari dell’attività
    militare sovietica nel 1974 superiore a 93 miliardi di dollari (prezzi
    1973), circa un quinto superiore alla spesa USA.
  25. CIA, Directorate of Intelligence, “Soviet Hard Currency
    Earnings (1975-1981)”, CIA-RDP85M00366R000200040010-6, memorandum
    SOVA/SE del 27 gennaio 1982: tabella con gli incassi in valuta
    convertibile per voce merceologica (petrolio, altri combustibili, altro,
    servizi netti) dal 1975 al 1981. Valore petrolio 1975: 3.176 milioni di
    dollari.
  26. CIA, “A Dollar Comparison of Soviet and US Defense
    Activities, 1965-1975”, SR 76-10165, luglio 1976,
    CIA-RDP79M00467A002400040036-3: costo stimato dei programmi difensivi
    sovietici nel 1975 pari a circa 114 miliardi di dollari (prezzi 1974),
    oltre il 40% superiore alle autorizzazioni USA comparabili.
  27. CIA, “Soviet Hard Currency Earnings (1975-1981)”, cit.
    (v. nota 4). Valore petrolio 1976: 4.514 milioni di dollari.
  28. CIA, “A Dollar Cost Comparison of Soviet and US Defense
    Activities 1966-76”, CIA-RDP79B00457A001300100001-8, ottobre 1977: costo
    stimato per il 1976 pari a circa 118-120 miliardi di dollari (prezzi
    1975), circa un terzo superiore alla spesa totale USA.
  29. CIA, “Soviet Hard Currency Earnings (1975-1981)”, cit.
    (v. nota 4). Valore petrolio 1977: 5.275 milioni di dollari.
  30. CIA, “Soviet Hard Currency Earnings (1975-1981)”, cit.
    (v. nota 4). Valore petrolio 1978: 5.716 milioni di dollari.
  31. CIA, “Soviet Hard Currency Earnings (1975-1981)”, cit.
    (v. nota 4). Valore petrolio 1979: 9.558 milioni di dollari — il forte
    salto riflette il secondo shock petrolifero seguito alla rivoluzione
    iraniana.
  32. CIA, “Soviet and U.S. Defense Activities, 1970-79: A
    Dollar Cost Comparison”, SR 80-10005, gennaio 1980; cifra del 1979 (165
    miliardi di dollari) citata in “CIA Predicts Rise of 5 Pct. a Year in
    Soviet Defense Cost”, The Washington Post, 4 settembre 1980. Lo stesso
    rapporto stima il costo cumulato 1970-1979 in 1.460 miliardi di dollari
    per l’URSS contro 1.135 miliardi per gli Stati Uniti.
  33. CIA, “Soviet Hard Currency Earnings (1975-1981)”, cit.
    (v. nota 4). Valore petrolio 1980: 12.028 milioni di dollari.
  34. CIA, “Soviet and US Defense Activities, 1971-80: A
    Dollar Cost Comparison”, CIA-RDP85M00363R000901960017-3: costo stimato
    per il 1980 pari a circa 175 miliardi di dollari, contro spesa USA di
    circa 115 miliardi di dollari (differenza del 50%); crescita media annua
    dei costi sovietici di poco superiore al 3% tra il 1965 e il 1980.

Informazioni su Piero Laporta

Dal 1994, osservate le ambiguità del giornalismo italiano (nel frattempo degenerate) Piero Laporta s’è immerso nella pubblicistica senza confinarsi nei temi militari, come d'altronde sarebbe stato naturale considerando il lavoro svolto a quel tempo, (Ufficio Politica Militare dello Stato Maggiore della Difesa). Ha collaborato con numerosi giornali e riviste, italiani e non (Libero, Il Tempo, Il Giornale, Limes, World Security Network, ItaliaOggi, Corriere delle Comunicazioni, Arbiter, Il Mondo e La Verità). Ha scritto “in Salita, vita di un imprenditore meridionale” ed è coautore di “Mass Media e Fango” con Vincenzo Mastronardi, ed. Leonardo 2015. (leggi qui: goo.gl/CBNYKg). Il libro "Raffiche di Bugie a Via Fani, Stato e BR Sparano su Moro" ed. Amazon 2023 https://shorturl.at/ciK07 è l'inchiesta più approfondita e documentata sinora pubblicata sui fatti del 16 Marzo 1978. Oggi, definitivamente disgustato della codardia e della faziosità disinformante di tv e carta stampata, ha deciso di collaborare solo dove non trovi dei censori e fabbriche di odio. Il suo più spiccato interesse era e resta la comunicazione sul web, cioè il presente e il futuro della libertà di espressione. Ha fondato il sito http://pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. Lingue conosciute: dialetto di Latiano (BR) quasi dimenticato,, scarsa conoscenza del dialetto di Putignano (BA), buona conoscenza del palermitano, ottima conoscenza del vernacolo di San Giovanni Rotondo, inglese e un po' di italiano. È cattolico; non apprezza Bergoglio e neppure quanti lo odiano, sposatissimo, ha due figli.
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