MORATORIA LESSICALE di Elio Paoloni www.eliopaoloni.it

Non posso esimermi dal lanciare un appello: penso che tutti quelli che si occupano di comunicazione dovrebbero lanciare una richiesta di moratoria. La moratoria dell’eufemismo, la peculiarità più diabolica del nostro tempo. Occorre restituire alle cose il loro nome. Questo è l’atto più rivoluzionario che esista.Mi direte: che bisogno c’è di una moratoria “della Crusca”? Le denominazioni politically correct sono già sbeffeggiate ogni giorno. Certo, ma per fare dell’ironia, in elzeviri compiaciuti, come se fosse un problema di stile, di educazione. Così si perde di vista la devastazione operata dall’eufemismo.

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L’eufemismo è estremamente pericoloso: già in passato ha permesso ai banalissimi esecutori del male di autoassolversi (senza eufemismi – per intenderci – il “normale” Eichmann non avrebbe potuto fare quello che ha fatto). Se un ebreo lo chiami cinquanta volte cane, cessa di essere un uomo. E lo sterminio diviene naturalmente una semplice “soluzione”.

   Dai il nome opportuno a qualcosa e ogni azione diviene lecita a piacimento. Basta definire diritto una qualsiasi pretesa della più ristretta minoranza e di colpo quel comportamento è inattaccabile. Anche se nessuna assemblea ha mai sancito quel diritto, anche se la balla dell’inalienabile diritto l’ha tirata fuori dal cilindro un singolo attivista o il giornalista al seguito.

   Pensate alla custodia cautelare, questo termine così amorevole: cura, custodia. Com’è carezzevole, sembra alludere a un sollecito ricovero, a un deposito in bambagia. Si dica carcere preventivo invece, e vedrete quanto una società civile possa tollerarlo. La nostra società non è in grado di tollerare più nulla che non sia confezionato in questo gergo da confezione natalizia. E ognuno di questi termini ha vita brevissima. La sostanza viene sempre fuori dal suo bel pacchetto, così in poco tempo handicappato – termine all’inizio così neutro nella lingua straniera – è divenuto un insulto e via di corsa a cercare nuova carta da pacchi, sempre più ridicola, sempre più lunga: dove bastava una parola ce ne vogliono due, tre, un’intera frase, una coperta infinita come i rotoloni Regina, ma sempre troppo corta. Nulla ci è più comprensibile: detti, proverbi, la saggezza popolare, il mondo classico, la Bibbia. Chi va col diversamente deambulante impara a diversamente deambulare. Vi sembra proponibile? Così negli ospedali si è cancellata la parola Primario, che pure aveva resistito fino a pochi anni fa, perché gli altri medici trovavano umiliante Aiutare o Assistere. Ora il Primario di chiama Dirigente di II livello. Secondo livello, come seconda scelta: non solo uno tra tanti ma addirittura un sottoposto. Naturalmente il paziente tenderà a dare più credito a un Assistente, che sul badge porta scritto Dirigente di Primo Livello. Primo, ovviamente il più importante.

   Il potere del nominare è immenso. Si tende a pensare che le parole cambino dopo che la realtà è cambiata. Non è mai così: non può cambiare nulla nella società, non c’è rivoluzione possibile, se prima una élite non impone un nuovo lessico. Quando si intende imporre una nuova legislazione, si cambiano i termini della questione: il resto segue. Se si decide di rinominare mamma e papà Progenitore A e Progenitore B, c’è un motivo preciso: si ha chiaro in mente un percorso distruttivo per la famiglia tradizionale che non può prescindere da uno stravolgimento lessicale. Può essere un procedimento legittimo ma tutti devono essere consapevoli, se avallano queste derive, della propria responsabilità.

   C’è poco da ironizzare su questa perniciosa pratica: l’eufemismo è un delitto. L’eufemismo uccide la verità (termine grosso, sì, potete utilizzare il più neutro realtà, non incorrerete nel peccato di eufemismo) poi ci permette di sopprimere la vita. Ascoltate una donna incinta che parla di una gravidanza che intende portare a termine. Si rivolge al contenuto del suo grembo come a un bambino, da subito. Già nei primi giorni ne parla designandolo con un nome proprio, quello che gli darà al battesimo. Nell’altro caso, invece, si parla di embrione, feto, o, meglio ancora, non lo si nomina del tutto. Si tenta di considerarlo un’escrescenza, una cisti. Così un omicidio diventa faccenda di donne, confuso tra perdite, mestruazioni e ritardi, quelle robe lì. Se lo si chiamasse bambino non si potrebbe evitare di chiedere il parere – almeno “consultivo”, formula ipocrita che sta in tanti atti amministrativi – di chi, qualche mese dopo si vedrebbe investito fino alla morte, in qualità di padre, da responsabilità giuridiche, economiche, morali.

   Se usi il termine appropriato, permetti anche alla ragazzina incinta di essere consapevole. Consapevole davvero, non intronata dalla speciosa terminologia adoperata dalle riviste femminili e dai quotidiani progressisti.

   Intendiamoci, non si tratta di fare del terrorismo psicologico, anche se a volte pare che per scuotere le coscienze assonnate non ci sia altro modo. Non è necessario definire l’aborto un omicidio: basta usare termini comuni, normalissimi, che in passato sarebbero stati giudicati neutri, tecnici. Come aborto, appunto. Se soltanto, in un colloquio al consultorio, senza cambiare una sola virgola di quello che sono i normalissimi approcci, si usassero le parole aborto e bambino, invece di alludere a quell’incomodo come a una cisti, il numero di aborti diminuirebbe automaticamente. Occorrerebbe bandire, perciò quelli anestetizzanti come IVG. E tante altre orrende pericolose sigle. Le sigle sono l’ultima moda in fatto di eufemismo, l’eufemismo perfetto.

   Ogni ambito della vita pubblica sarebbe vivificato dall’esattezza lessicale. La limpidezza, l’attenersi al termine appropriato, consacrato da una tradizione che non è soltanto letteraria, è un imperativo morale. Il neologismo va cercato e accettato quando ci regala più significato, non quando diminuisce o nasconde.

Informazioni su Piero Laporta

Piero Laporta, 153° corso dell’Accademia militare di Modena, Generale di divisione in riserva dell’Arma del Genio, scrittore, saggista e memorialista. Piero Laporta ha speso parte significativa della propria vita professionale occupandosi di politica militare e interesse nazionale presso lo Stato Maggiore della Difesa, acquisendo il metodo: distinguere i fatti dalle narrazioni, i documenti dalle opinioni e, quando possibile, andare alla fonte, non accontentarsi mai di quanto appare verosimile. Scrive dal 1994. Col passare degli anni ha preso le distanze dal giornalismo tradizionale: troppi direttori confondono la verifica col servilismo, il dubbio con la propaganda, i fatti con le falsità. Ha collaborato con varie testate ma i libri sono oggi il terreno naturale delle sue inchieste. Ha raccontato la vita dell’imprenditore Luciano Vinella in Trasparente come il Vetro ed è coautore, con Vincenzo Mastronardi, di Mass Media e Fango. La parte centrale del suo lavoro è dedicata al caso Aldo Moro e alla strage di via Fani del 16 marzo 1978, A questa ricerca appartengono Raffiche di Bugie a Via Fani. Stato e BR sparano su Moro, Gli anagrammi di Aldo Moro e Omertà e Bugie su Aldo Moro: lavori nei quali Laporta rimette in discussione tutta l’inchiesta ufficiale, svelando falsi e omissioni di magistrati, investigatori e politici. Da questa prospettiva nasce anche il suo lavoro sulle reti di potere italiane e internazionali, sulla comunicazione politica, sull’intelligence e sui rapporti fra apparati, partiti, finanza, religione e informazione. Ha fondato OltreLaNotizia, sul sito pierolaporta.it, perché considera il web — nonostante censura, conformismo e manipolazione — uno degli ultimi spazi nei quali un autore possa ancora assumersi personalmente la responsabilità di ciò che scrive, senza chiedere il permesso a una redazione. Cattolico, apostolico, romano, senza altri aggettivi. Quanto alle lingue, dichiara una conoscenza quasi dimenticata del dialetto di Latiano, rudimenti di quello di Putignano, buona familiarità col palermitano, ottima col vernacolo di San Giovanni Rotondo, inglese e — quando necessario — anche un po’ d’italiano. È sposatissimo, ha due figli e continua a ritenere che un documento valga più di cento opinioni, soprattutto quando quelle cento opinioni dicono tutte la stessa cosa.Il libro "Raffiche di Bugie a Via Fani, Stato e BR Sparano su Moro" ed. Amazon 2023 https://shorturl.at/ciK07 è l'inchiesta più approfondita e documentata sinora pubblicata sui fatti del 16 Marzo 1978. Oggi, definitivamente disgustato della codardia e della faziosità disinformante di tv e carta stampata, ha deciso di collaborare solo dove non trovi dei censori e fabbriche di odio. Il suo più spiccato interesse era e resta la comunicazione sul web, cioè il presente e il futuro della libertà di espressione. Ha fondato il sito http://pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. Lingue conosciute: dialetto di Latiano (BR) quasi dimenticato,, scarsa conoscenza del dialetto di Putignano (BA), buona conoscenza del palermitano, ottima conoscenza del vernacolo di San Giovanni Rotondo, inglese e un po' di italiano. È cattolico; non apprezza Bergoglio e neppure quanti lo odiano, sposatissimo, ha due figli.Piero Laporta, a member of the 153rd Class of the Military Academy of Modena, is a retired Major General of the Corps of Engineers, as well as a writer, essayist, and memoirist.Piero Laporta spent a significant part of his professional life working on military policy and the national interest at the Italian Defence General Staff. There he developed a method that has remained with him ever since: distinguish facts from narratives, documents from opinions, and, whenever possible, go straight to the source—never settling for something merely because it sounds plausible.He has been writing since 1994. Over the years, he has increasingly distanced himself from traditional journalism: too many editors mistake verification for subservience, doubt for propaganda, and facts for falsehoods. He has contributed to a number of newspapers and magazines, but books are now the natural home of his investigative work.He told the story of entrepreneur Luciano Vinella in *Transparent as Glass* and is the co-author, with Vincenzo Mastronardi, of *Mass Media and Mud*.The central part of his work is devoted to the Aldo Moro case and the Via Fani massacre of March 16, 1978.This research includes *Volleys of Lies in Via Fani: The State and the Red Brigades Fire on Moro*, *The Anagrams of Aldo Moro*, and *Silence and Lies About Aldo Moro*: works in which Laporta challenges the official investigation as a whole, exposing falsehoods and omissions by magistrates, investigators, and politicians.This perspective also underlies his work on Italian and international networks of power, political communication, intelligence, and the relationships among state apparatuses, political parties, finance, religion, and the media.He founded *OltreLaNotizia* on pierolaporta.it because he considers the web—despite censorship, conformism, and manipulation—one of the last remaining spaces where an author can still take personal responsibility for what he writes without having to ask an editorial office for permission.Catholic, Apostolic, Roman—no other adjectives required.As for languages, he claims an almost forgotten knowledge of the Latiano dialect, a smattering of the Putignano dialect, a good command of the Palermo vernacular, excellent familiarity with that of San Giovanni Rotondo, English—and, when absolutely necessary, even a little Italian.He is very much married, has two children, and continues to believe that one document is worth more than a hundred opinions—especially when all one hundred opinions are saying exactly the same thing.
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4 risposte a MORATORIA LESSICALE di Elio Paoloni www.eliopaoloni.it

  1. Pasquale Laporta scrive:

    Volendo anche “moratoria lessicale” è un eufemismo, preferibile sarebbe “divieto di metter le mutande alle parole”.

    Con stima

  2. Caro Paoloni,sei un ragazzo intelligente,hai perfettamente ragione. io ho 85 anni,sono avvocato e vivo all’estero dal
    1979, per capire un paese,la sua storia, il modo di pensare e
    di vivere della sua gente ho impiegato 10 anni e non ho an
    cora finito,invero c’è sempre qualcosa da imparare anhe alla
    mia età. Ho lavorato in tanti paesi,ho conoscuto popoli di-
    versi, quelli che usavano sposarsi tra cugini o consanguinei
    hanno delle tare inguaribili, il nostro paese ha gente stra
    ordinariamente intelligente perchè è stato occupato da
    eserciti di tutte le razze, hanno scopato molte donne e son
    ripartiti, lascindo figli e figlie di sangue misto, con l’aggiun-
    ta delle emigrazioni interne dal sud al nord che vi hanno poi contribuito ancora. La Natura ha i suoi segreti che
    non abbiamo ancora compreso ; a 70 anni ho capito che a 50 anni non avevo capito gran che,adesso va meglio e ho fatto tante scoperte molto interessanti con modestia e sincerità. Se vuoi ti posso mandare un “quiz” rivelatore e ne sarai stupito. Voglimi bene, è essenziale. Ciao

  3. Fabio scrive:

    Concordo pienamente. Un’ interessante opera sull’ argomento è “Le brutte parole; semantica dell’ eufemismo” , tesi di laurea di Nora Galli de’ Paratesi. Fu pubblicata nel 1964 ed ora è fuori commercio ma non è difficile da trovare qua o là.

  4. Fabio scrive:

    Concordo pienamente. Un’ opera molto interessante sull’ argomento è “Le brutte parole; semantica dell’ eufemismo”, tesi di laurea di Nora Galli de’ Paratesia pubblicata nel 1964 ed ora fuori commercio ma non difficile da trovare qua o là.

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