Cesare Battisti, Fotografia della Giustizia

Il ghigno di Cesare Battisti è la fotografia d’una (in)giustizia che non vorremmo più vedere.

Battisti fu condannato dalla Corte d’Assise di Milano; i mandati di cattura emessi da quella Procura, sotto la vigilanza di quel Procuratore generale. Battisti fu arrestato dai carabinieri di Carlo Alberto Dalla Chiesa, il 12 giugno 1979, nel covo di via Castelfidardo, dove? A Milano. Nel covo c’era la 357 magnum che uccise l’orefice Pierluigi Torregiani, dove? A Milano. Si trattava quindi di terrorismo e delinquenza comune, convergenti su un pericoloso criminale, Cesare Battisti, operante dove? A Milano. Il criminale fu incarcerato durante l’istruttoria, dove? A Frosinone, carcere per ladri di galline, allora in piazza Risorgimento, a meno di un’ora da Sermoneta, la città del terrorista, quando si dice la coincidenza.

[cryout-pullquote align=”left” textalign=”justify” width=”33%”]Pubblicato con altro titolo su La Verità del 19 Gen. 2019[/cryout-pullquote]

Fra tutte le carceri disponibili nel nord d’Italia, la Direzione generale affari penali del ministero di giustizia rinchiuse Battisti proprio a Frosinone. Rinchiuso? Si fa per dire. Quel 4 ottobre 1981, una domenica fresca e soleggiata, una giovane donna, col finissimo stratagemma di depositare soldi per un recluso, entrò indisturbata, immobilizzò una guardia, una sola, lasciando via libera al manipolo di Pietro Mutti, il complice. In pochi minuti furono liberi Cesare Battisti e Luigi Moccia, boss camorrista. Secondo Mutti, il boss Moccia passava per caso e, visto che c’era, fuggì con Battisti. Come non credergli? Un boss e un terrosrista in un carcere di massima (in)sicurezza, fuggono assieme allegramente. È un bel film con tante coincidenze. Chissà se l’allora procuratore capo di Milano ne fu incuriosito e chissà se ne chiese ragione al funzionario che aveva rinchiuso, si fa per dire, Battisti a Frosinone, chissà.
D’altronde, le peregrinazioni carcerarie dei terroristi era prassi notificarle sia a Dalla Chiesa come pure al Sisde. Sarebbe interessante leggere quanto fu comunicato al generale e al servizio segreto, mandando il bandito a Frosinone.
Cesare Battisti è la foto segnaletica della (in)giustizia. Spara in testa ad Antonio Santoro, agente di custodia, il 6 giugno 1978. Spara alle spalle all’agente Digos Andrea Campagna, il 19 aprile 1979. Per l’assassinio di Lino Sabbadin, macellaio, a Mestre il 16 febbraio 1979, dà una mano al killer, Diego Giacomini. Poco prima ha ucciso Pier Luigi Torregiani, gioielliere milanese. Latita indisturbato per quasi 40 anni, 40. I magistrati del tempo non s’accorsero della rete di criminali in doppio petto che lo tutelava? 
Battisti, dal terribile carcere di Frosinone, ripara in Francia. Vi rimane un anno, indisturbato. Da lì in Messico, paese strettamente collegato ai servizi francesi.
A Parigi, nel 1979, Dalla Chiesa mandò il maggiore Gustavo Pignero. Per capirne lo spessore, Pignero infiltrò nel 1974 “Frate Mitra” nelle BR. Dalla Chiesa chiese a Pignero di svelare la rete di terroristi italiani a Parigi, protetta dai servizi francesi. La svelò ed entrò nel libro nero dei francesi. Qualche tempo dopo cercarono di vendicarsi, grazie a manutengoli italiani. Pignero arrivò in Francia mentre governava Giscard d’Estaing, che proteggeva i criminali italiani; d’altronde le autorità italiane facevano poco o nulla per farseli consegnare, anzi.
Battisi arrivò a Parigi nel 1981. Schenghen vige dal 1995. Nel 1981 i controlli alle frontiere dovevano quindi farsi. Non si fecero. Nonostante le evidenze, i soliti tromboni certificano che il soggiorno parigino era perfettamente in linea con la “dottrina Mitterand”. La cosiddetta ”dottrina” fu adottata solo a novembre 1982: «La Francia valuterà la possibilità di non estradare cittadini di un Paese democratico autori di crimini inaccettabili». I crimini di Battisti erano evidentemente accettabili; lo sono stati per decenni. La dottrina, una foglia di fico, espediente per dare senso legale alla protezione dei servizi francesi ai criminali delle Brigate Rosse e altri della risma, togliendo dall’imbarazzo i politici italiani, venuti a galla dopo l’assassinio di Aldo Moro, incuranti del ruolo di Parigi nel terrorismo italiano. È dottrina politica d’un paese sovrano, la Francia, obiettavano; come respingerla? Chissà, forse con un po’ di dignità e meno balle volgari. Una commedia sulla pelle delle vittime.
Battisti lascia tiepida finora l’altrimenti eccitabile Associazione Nazionale Magistrati, che tuttavia non manca di commemorare i giudici morti ammazzati dai soci di Battisti. Tutti han fatto ammuina, compresi i nostri segretissimi servizi, finché il vento politico non è cambiato.
A meno che non si creda possibile latitare per quarant’anni coi diritti d’autore per libri di serie C che nessuno legge, cerchiamo chi ha finanziato Battisti e andiamo a prendere altri criminali. In cima alla lista due protettissimi. Giorgio Pietrostefani rifugiato, indovinate dove? Ma dai, è facile, in Francia. È condannato per l’omicidio di Luigi Calabresi, il commissario integerrimo, dimenticato e offeso anche da quanti dovrebbero essergli vicini. E poi Alessio Casimirri, fra gli assassini di Aldo Moro, rifugiato in Nicaragua. Da quando il vento è cambiato a Mosca, non sarebbe difficile convincere Managua a consegnarci il pupillo di democristiani e cardinali traditori.
Abbiamo molti latitanti in giro per il mondo, nutriti, protetti, finanziati. Il  mondo tuttavia cambia, come la vicenda Battisti insegna. Facciamo dunque pulizia in giro, ma con attenzione anche in casa nostra. Non pochi vorrebbero per Battisti la stessa scappatoia offerta ad Adriano Sofri: certificato medico per malattia grave e autocertificazione che il criminale è cambiato. Non è necessario che si penta, è sufficiente che assicuri d’essere cambiato. «Non rimarrà a lungo in cella» assicura infatti Pietro Mutti, mentre altri berciano “Battisti libero”. Vogliono la giustizia morta con le sue vittime. © www.pierolaporta.it

 

Informazioni su Piero Laporta

Piero Laporta, 153° corso dell’Accademia militare di Modena, Generale di divisione in riserva dell’Arma del Genio, scrittore, saggista e memorialista. Piero Laporta ha speso parte significativa della propria vita professionale occupandosi di politica militare e interesse nazionale presso lo Stato Maggiore della Difesa, acquisendo il metodo: distinguere i fatti dalle narrazioni, i documenti dalle opinioni e, quando possibile, andare alla fonte, non accontentarsi mai di quanto appare verosimile. Scrive dal 1994. Col passare degli anni ha preso le distanze dal giornalismo tradizionale: troppi direttori confondono la verifica col servilismo, il dubbio con la propaganda, i fatti con le falsità. Ha collaborato con varie testate ma i libri sono oggi il terreno naturale delle sue inchieste. Ha raccontato la vita dell’imprenditore Luciano Vinella in Trasparente come il Vetro ed è coautore, con Vincenzo Mastronardi, di Mass Media e Fango. La parte centrale del suo lavoro è dedicata al caso Aldo Moro e alla strage di via Fani del 16 marzo 1978, A questa ricerca appartengono Raffiche di Bugie a Via Fani. Stato e BR sparano su Moro, Gli anagrammi di Aldo Moro e Omertà e Bugie su Aldo Moro: lavori nei quali Laporta rimette in discussione tutta l’inchiesta ufficiale, svelando falsi e omissioni di magistrati, investigatori e politici. Da questa prospettiva nasce anche il suo lavoro sulle reti di potere italiane e internazionali, sulla comunicazione politica, sull’intelligence e sui rapporti fra apparati, partiti, finanza, religione e informazione. Ha fondato OltreLaNotizia, sul sito pierolaporta.it, perché considera il web — nonostante censura, conformismo e manipolazione — uno degli ultimi spazi nei quali un autore possa ancora assumersi personalmente la responsabilità di ciò che scrive, senza chiedere il permesso a una redazione. Cattolico, apostolico, romano, senza altri aggettivi. Quanto alle lingue, dichiara una conoscenza quasi dimenticata del dialetto di Latiano, rudimenti di quello di Putignano, buona familiarità col palermitano, ottima col vernacolo di San Giovanni Rotondo, inglese e — quando necessario — anche un po’ d’italiano. È sposatissimo, ha due figli e continua a ritenere che un documento valga più di cento opinioni, soprattutto quando quelle cento opinioni dicono tutte la stessa cosa.Il libro "Raffiche di Bugie a Via Fani, Stato e BR Sparano su Moro" ed. Amazon 2023 https://shorturl.at/ciK07 è l'inchiesta più approfondita e documentata sinora pubblicata sui fatti del 16 Marzo 1978. Oggi, definitivamente disgustato della codardia e della faziosità disinformante di tv e carta stampata, ha deciso di collaborare solo dove non trovi dei censori e fabbriche di odio. Il suo più spiccato interesse era e resta la comunicazione sul web, cioè il presente e il futuro della libertà di espressione. Ha fondato il sito http://pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. Lingue conosciute: dialetto di Latiano (BR) quasi dimenticato,, scarsa conoscenza del dialetto di Putignano (BA), buona conoscenza del palermitano, ottima conoscenza del vernacolo di San Giovanni Rotondo, inglese e un po' di italiano. È cattolico; non apprezza Bergoglio e neppure quanti lo odiano, sposatissimo, ha due figli.Piero Laporta, a member of the 153rd Class of the Military Academy of Modena, is a retired Major General of the Corps of Engineers, as well as a writer, essayist, and memoirist.Piero Laporta spent a significant part of his professional life working on military policy and the national interest at the Italian Defence General Staff. There he developed a method that has remained with him ever since: distinguish facts from narratives, documents from opinions, and, whenever possible, go straight to the source—never settling for something merely because it sounds plausible.He has been writing since 1994. Over the years, he has increasingly distanced himself from traditional journalism: too many editors mistake verification for subservience, doubt for propaganda, and facts for falsehoods. He has contributed to a number of newspapers and magazines, but books are now the natural home of his investigative work.He told the story of entrepreneur Luciano Vinella in *Transparent as Glass* and is the co-author, with Vincenzo Mastronardi, of *Mass Media and Mud*.The central part of his work is devoted to the Aldo Moro case and the Via Fani massacre of March 16, 1978.This research includes *Volleys of Lies in Via Fani: The State and the Red Brigades Fire on Moro*, *The Anagrams of Aldo Moro*, and *Silence and Lies About Aldo Moro*: works in which Laporta challenges the official investigation as a whole, exposing falsehoods and omissions by magistrates, investigators, and politicians.This perspective also underlies his work on Italian and international networks of power, political communication, intelligence, and the relationships among state apparatuses, political parties, finance, religion, and the media.He founded *OltreLaNotizia* on pierolaporta.it because he considers the web—despite censorship, conformism, and manipulation—one of the last remaining spaces where an author can still take personal responsibility for what he writes without having to ask an editorial office for permission.Catholic, Apostolic, Roman—no other adjectives required.As for languages, he claims an almost forgotten knowledge of the Latiano dialect, a smattering of the Putignano dialect, a good command of the Palermo vernacular, excellent familiarity with that of San Giovanni Rotondo, English—and, when absolutely necessary, even a little Italian.He is very much married, has two children, and continues to believe that one document is worth more than a hundred opinions—especially when all one hundred opinions are saying exactly the same thing.
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3 risposte a Cesare Battisti, Fotografia della Giustizia

  1. Stefano Rolando scrive:

    1)Voglio essere ottimista: il vento politico potrebbe non cambiare.
    2)Potrebbe “suicidarsi” se decidesse di parlare,ma in questo caso l’attuale vento,se non è cretino,farebbe moolta attenzione..altro che Frosinone.. e se ne vedrebbero delle belle; in questo caso accetterei anche un Sofri bis

  2. Renzo Romano scrive:

    Il rischio di una soluzione “alla Sofri” appena sarà cambiato il vento politico in Italia secondo me è rilevante. Dal momento che egli, e tutto il mondo dei suoi fiancheggiatori, lo hanno sempre spacciato per martire politico, ora che è stato preso potrebbe decidere per una conclusione da martire. Un bel suicidio in carcere, alla Bader Meinhof, per capirci…..

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