Leonardo Del Vecchio, Un Uomo Buono – di R.Farina

Nessuno mai è stato povero come lui a Milano. E non per modo di dire. Leonardo Del Vecchio era riuscito a truccare un po’ le sue origini, e non perché se ne vergognasse, ma per non essere messo su un piedistallo. Per questo era scontroso, rifiutava premi che lo avrebbero visto oggetto di piaggeria, era arido con i miliardari e con i giornalisti, non si concedeva a nessuna folla che non fosse quella delle sue “maestranze” che appena lo vedevano entrare in officina, gli dedicavano ovazioni. Sul serio, cercate su youtube, Natale 2019.

OltreLaNotizia si unisce alla preghiera per l a grande anima di questo grande uomo.

[cryout-pullquote align=”left” textalign=”justify” width=”33%”]Pubblicato con altro titolo su Libero del 28 VI 2022. OltreLaNotizia ringrazia per la cortese concessione di Renato Farina[/cryout-pullquote]

E così Leonardo Del Vecchio, 87 anni, il secondo uomo più ricco d’Italia, se n’è andato in coerenza con la sua timidezza aliena dai turiboli, senza che alcuna voce indiscreta abbia accompagnato le sue ultime settimane trascorse in terapia intensiva al San Raffaele di Milano. Si spira con la carezza di pochi, nell’indifferenza del mondo: così muore un Martinitt, perché veniva da lì, dall’orfanotrofio più duro e militare di Milano, poco cibo, disciplina, divisa, ma un mestiere manuale, quello sì, cesellato con pazienza e ostinazione nella mente e nelle dita dei ragazzini così da farne artisti del lavoro in officina, a bottega, e guai ai lazzaroni.

Dal padre morto prima che lui venisse al mondo ha ereditato solo due pacchetti da aprirsi uno il dì della nascita e il secondo alla foce: il bel nome di battesimo, diremmo profetico, e la malattia fatale: polmonite. Una polmonite mortale che non ha catturato l’attenzione di nessuno fino all’istante in cui è stata annunciata la sua dipartita. E ad avere questa incombenza intima non è stata la famiglia, ma la ditta, che era una sola cosa con lui, e si chiama Luxottica, insediata tra le Dolomiti bellunesi.

La ditta come un corpo vivo, non un’entità che distribuisce soldi agli azionisti, ma che si alimenta e cresce grazie al lavoro e alla fatica di uomini e donne, e – ovviamente – del padrone, che era lui. Un padrone, e insieme uno che – diceva lui – senza gli 80mila, poi diventati 180mila con Essilor, non avrebbe combinato niente. Non c’è bisogno di citare Hegel, e la dialettica servo-padrone per argomentarlo: è l’esperienza non la filosofia a scolpirgli in cuore quest’idea della vita e del lavoro. Come usava negli anni ’50 e ’60, Leonardo si ostinava a chiamare operai e operaie, quadri e dirigenti collaboratori: per essi aveva ideato un sistema di welfare, con bonus di ogni genere, aiuto alle madri, una vita buona per tutti. Ora che se n’è andato non ci saranno sconquassi. Ha preparato i paracadute.

Ha detto uno dei rarissimi amici: “Del Vecchio era un uomo intelligente, dunque sapeva di non essere immortale, e ha preparato tutto come si deve”. Cioè ha organizzato il futuro benessere per la famiglia: l’eredità ai sei figli avuti da tre donne, una parte maggiore alla moglie che ha sposato due volte. E soprattutto ha predisposto l’avvenire della gigantesca multinazionale da lui fondata e guidata fino all’ultima agonia, l’unica holding veramente italiana, la sola che, grazie alle sue astute mosse simulatrici da orfanotrofio, è riuscita nel 2018 a inglobare la citata Essilor francese, pappandosela per la rabbia dei transalpini, abituati a servirsi da noi con coltello, forchetta e ruttino. Incredibile questa storia. Ho rintracciato gli articoli dei maggiori quotidiani parigini che raccontano con il singhiozzo della tecnica leale e fantasiosa con cui Del Vecchio prima ha fatto credere che lasciava alla Francia il potere, accontentandosi di spartire gli utili, e poi invece ha trasformato la capofila francese in una casella postale. Vuole gente come lui alla plancia di comando. Non saranno perciò i figli a guidare il gruppo.

Nessun bollettino medico, non c’era alcun nugolo di cronisti ad attendere notizie e pettegolezzi su chi entrava e usciva dalla stanza. Quell’uomo è stato un perfetto sconosciuto per noi della plebe. Per questo siamo golosi di sapere tutto. E scopriamo che la sua è stata un’epopea senza paragoni, una genialità fiorita senza studi, ma dalla feroce determinazione di voler essere il più bravo, di non patire più la fame, di far star bene quelli che lavoravano con lui.

Era il secondo uomo più ricco d’Italia, 30 miliardi di dollari di patrimonio, fabbricava e vendeva occhiali, ma così tanti da riempirne il mondo, acquisendo i diritti dei marchi più prestigiosi ma anche no, di ogni forma e colore, 60 fabbriche, 9000 negozi, ciascuno dotato di un laboratorio, e un sistema logistico per cui un attimo, e te ne esci servito e lustro. Associandosi con Armani ha trasformato quella faccenda medicale per cui una volta si prendevano in giro i bambini chiamandoli “quattrocchi”, in un connotato luminoso della personalità. Un genio. Ma chi l’ha mai visto in televisione? Qualcuno l’ha ascoltato da un pulpito dar lezioni su etica e capitalismo, o sul rapporto tra etica e finanza? E’ che si sentiva ignorante ma a differenza della dinastia dei Ferrero, che sono insediati sul podio più alto della classifica dei riccconi da decenni, Leonardo non veniva da una dinastia di capitani d’industria, neppure da piccoli imprenditori, neanche da operai che gli abbiano insegnato un mestiere, o almeno affetto e un po’ di stima di sé.

Non raccontiamo la storia di un miliardario partendo dal primo miliardo o dalla prima moneta da dieci centesimi, come Paperon de’ Paperoni. Ma da quando non era ancora nato e già nella pancia della mamma vedova aveva capito che razza di disgrazia potesse essere stare al mondo. Milano, alla periferia della sua periferia, era fame fumo e freddo. Non è partito dal niente, ma da più giù, il sotto-niente, e però lui non si è rassegnato alla miseria e all’infelicità dell’abbandono.
Un giornalista di Bloomberg, Tommaso Ebhardt, ha potuto esplorare gli archivi dei Martinitt e ha recuperato un polveroso fascicolo con su scritto Leonardo Del Vecchio. Ne è emersa la vera origine. Fino ad ora si sapeva che era nato e cresciuto in una casa di ringhiera, tipica del mito di una Milano proletaria e felice, poi approdato in collegio. Non è così.

Il padre salì dalla Puglia a Milano con la moglie Grazia. Era un verduraio ambulante. Quelli che gridavano: “Donn, patati e tumates, scigull, bababietul e spinaz”. Polmonite fulminante, morte. E’ il 1934. La mamma Grazia è incinta, il comune le trova una sistemazione nelle “case minime”, 20 metri quadri in Via Forze Armate. I bambini sono vigilati dalle “sciure”, mentre lei va in Viale Washington, un’ora di cammino, per lavorare alla Borletti, dove cinquemila operaie sfacchinavano. Leonardo era incontenibile. Le “sciure” dovettero portarlo all’ospedale, si era aperto la fronte sbattendo contro un sasso. A sette anni, due ore a piedi per arrivare dai Martinitt. Nessuno va a trovarlo.

Dopo sette anni esce, ha imparato un mestiere. Trova lavoro in una bottega dove bisogna cesellare di fino coppe e medaglie. Di sera va a Brera a imparare a disegnare. Parte per Agordo. Ha in mente di diventare il più bravo di tutti nel disegnare e fabbricare montature di occhiali. Ha ventisei anni. Lì la fabbricazione di occhiali è tradizionale, dalla fine ottocento è un vanto dell’Agordino. Be’, lui ha idee chiare, sbaraglierà tutti. Si allarga. E’ un sognatore. Sa che per guadagnare bisogna migliorare le forme, comprare negozi, rendere il servizio rapido come un pit stop della Formula Uno. Diventa potente e ricchissimo. Ma non si ferma. Combatte la miseria. Sente un compito sociale. Fa una vita parca. Non tollera e toglie il saluto ai miliardari che sprecano denaro.

Esso va investito nella Ditta e nello sviluppo. Detesta la finanza per la finanza, vuol farla tornare ad essere quella che era presso i francescani: la tutela del risparmio, il polmone di artigiani ed imprese. Voleva divenire per questo il numero uno della finanza in Italia, acquisendo Generali, Medio banca, puntando a Creditrice e poi a qualche banca francese. Qualcuno disse fosse taccagno. Conosceva il valore del denaro e lo spendeva bene. Destinava 250 milioni di euro l’anno a un ospedale in Ruanda per farlo essere la Svizzera dell’oculistica. Nessun bambino deve diventare cieco. Speriamo che la delvecchite sia contagiosa.

Informazioni su Piero Laporta

Piero Laporta, 153° corso dell’Accademia militare di Modena, Generale di divisione in riserva dell’Arma del Genio, scrittore, saggista e memorialista. Piero Laporta ha speso parte significativa della propria vita professionale occupandosi di politica militare e interesse nazionale presso lo Stato Maggiore della Difesa, acquisendo il metodo: distinguere i fatti dalle narrazioni, i documenti dalle opinioni e, quando possibile, andare alla fonte, non accontentarsi mai di quanto appare verosimile. Scrive dal 1994. Col passare degli anni ha preso le distanze dal giornalismo tradizionale: troppi direttori confondono la verifica col servilismo, il dubbio con la propaganda, i fatti con le falsità. Ha collaborato con varie testate ma i libri sono oggi il terreno naturale delle sue inchieste. Ha raccontato la vita dell’imprenditore Luciano Vinella in Trasparente come il Vetro ed è coautore, con Vincenzo Mastronardi, di Mass Media e Fango. La parte centrale del suo lavoro è dedicata al caso Aldo Moro e alla strage di via Fani del 16 marzo 1978, A questa ricerca appartengono Raffiche di Bugie a Via Fani. Stato e BR sparano su Moro, Gli anagrammi di Aldo Moro e Omertà e Bugie su Aldo Moro: lavori nei quali Laporta rimette in discussione tutta l’inchiesta ufficiale, svelando falsi e omissioni di magistrati, investigatori e politici. Da questa prospettiva nasce anche il suo lavoro sulle reti di potere italiane e internazionali, sulla comunicazione politica, sull’intelligence e sui rapporti fra apparati, partiti, finanza, religione e informazione. Ha fondato OltreLaNotizia, sul sito pierolaporta.it, perché considera il web — nonostante censura, conformismo e manipolazione — uno degli ultimi spazi nei quali un autore possa ancora assumersi personalmente la responsabilità di ciò che scrive, senza chiedere il permesso a una redazione. Cattolico, apostolico, romano, senza altri aggettivi. Quanto alle lingue, dichiara una conoscenza quasi dimenticata del dialetto di Latiano, rudimenti di quello di Putignano, buona familiarità col palermitano, ottima col vernacolo di San Giovanni Rotondo, inglese e — quando necessario — anche un po’ d’italiano. È sposatissimo, ha due figli e continua a ritenere che un documento valga più di cento opinioni, soprattutto quando quelle cento opinioni dicono tutte la stessa cosa.Il libro "Raffiche di Bugie a Via Fani, Stato e BR Sparano su Moro" ed. Amazon 2023 https://shorturl.at/ciK07 è l'inchiesta più approfondita e documentata sinora pubblicata sui fatti del 16 Marzo 1978. Oggi, definitivamente disgustato della codardia e della faziosità disinformante di tv e carta stampata, ha deciso di collaborare solo dove non trovi dei censori e fabbriche di odio. Il suo più spiccato interesse era e resta la comunicazione sul web, cioè il presente e il futuro della libertà di espressione. Ha fondato il sito http://pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. Lingue conosciute: dialetto di Latiano (BR) quasi dimenticato,, scarsa conoscenza del dialetto di Putignano (BA), buona conoscenza del palermitano, ottima conoscenza del vernacolo di San Giovanni Rotondo, inglese e un po' di italiano. È cattolico; non apprezza Bergoglio e neppure quanti lo odiano, sposatissimo, ha due figli.Piero Laporta, a member of the 153rd Class of the Military Academy of Modena, is a retired Major General of the Corps of Engineers, as well as a writer, essayist, and memoirist.Piero Laporta spent a significant part of his professional life working on military policy and the national interest at the Italian Defence General Staff. There he developed a method that has remained with him ever since: distinguish facts from narratives, documents from opinions, and, whenever possible, go straight to the source—never settling for something merely because it sounds plausible.He has been writing since 1994. Over the years, he has increasingly distanced himself from traditional journalism: too many editors mistake verification for subservience, doubt for propaganda, and facts for falsehoods. He has contributed to a number of newspapers and magazines, but books are now the natural home of his investigative work.He told the story of entrepreneur Luciano Vinella in *Transparent as Glass* and is the co-author, with Vincenzo Mastronardi, of *Mass Media and Mud*.The central part of his work is devoted to the Aldo Moro case and the Via Fani massacre of March 16, 1978.This research includes *Volleys of Lies in Via Fani: The State and the Red Brigades Fire on Moro*, *The Anagrams of Aldo Moro*, and *Silence and Lies About Aldo Moro*: works in which Laporta challenges the official investigation as a whole, exposing falsehoods and omissions by magistrates, investigators, and politicians.This perspective also underlies his work on Italian and international networks of power, political communication, intelligence, and the relationships among state apparatuses, political parties, finance, religion, and the media.He founded *OltreLaNotizia* on pierolaporta.it because he considers the web—despite censorship, conformism, and manipulation—one of the last remaining spaces where an author can still take personal responsibility for what he writes without having to ask an editorial office for permission.Catholic, Apostolic, Roman—no other adjectives required.As for languages, he claims an almost forgotten knowledge of the Latiano dialect, a smattering of the Putignano dialect, a good command of the Palermo vernacular, excellent familiarity with that of San Giovanni Rotondo, English—and, when absolutely necessary, even a little Italian.He is very much married, has two children, and continues to believe that one document is worth more than a hundred opinions—especially when all one hundred opinions are saying exactly the same thing.
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